NEL RIFERIRMI A FILM-TELEFILM-FILM TV-SERIE ANIMATE-TV SHOWS MI RIFERISCO SEMPRE E SOLO ALLE VERSIONI IN LINGUA ORIGINALE(tranne dove diversamente specificato)
1.0/5 - Cazzo che Schifo!
1.5/5 - Non Basta una Trovata!
2.0/5 - Quasi...
2.5/5 - Non Male...
3.0/5 - Bello
3.5/5 - Molto Bello
4.0/5 - Perfettamente Riuscito
4.5/5 - Geniale!
5.0/5 - .Capolavoro Assoluto.
- Sta nascendo "Vivi Qui o Crepa Altrove" (sceneggiatura & O.S.T.) -Nuovi progetti musicali in arrivo -Mettere in ordine altre Idee
-Riuscire a realizzare "Osso e Frosty"
W. Allen;
C. Baudelaire;
W.S. Burroughs;
T. Capote;
Sir A. Conan Doyle;
F.M. Dostoevskij;
A. Dumas;
N.V. Gogol;
J. Joyce;
F. Kafka;
J. Kerouac;
G. Leopardi;
H.P. Lovecraft;
F. Nietzsche;
C. Palahniuk;
E. Allan Poe;
L. Pirandello;
W. Shakespeare;
I. Svevo;
C. Woolrich;
Avrete notato (ma forse no) che alla mitica sezione "unisciti a noi" si è aggiunto, oltre al "SAVE REAPER" di cui parlavo un paio di post più sotto di questo, anche un bel "FUCK MOIGE"; il MOIGE è il MOvimento Italiano GEnitori e rappresenta una delle entità più dannose a livello di libertà d'espressione e di fruizione di opere non solo cinematografiche; ho già avuto modo di farne accenno in coda all'intervento su reaper, per sapere meglio di cosa sto parlando vi rimando ad unpost che ho scritto sul muro del pianto.
Detto questo invito tutti quanti troveranno la cosa quantomeno sensata a cliccare sul ragazzino qui di fianco, o sul link posto nell'altro post....o QUI, o anche, nel caso non siate pratici di collegamenti ipertestuali su questo indirizzo: http://www.petitiononline.com/nomoige/petition.html
e firmare un'altra inutilissima quanto doverosissima petizione...
Arrovellarmi in continuazione alla ricerca di una via per esprimere il nulla...
Sentirsi parte del nulla, galleggiare...sono un galleggiante..l'intelligenza non è nel saper fare 2+2, il q.i. è solo efficienza, è inutile; l'intelligenza è nascosta tutta nella propria capacità di auto-contemplazione ed eventualmente auto-annullamento...
...tutto ciò sa di ovvio...
...tutto il resto sa di spazzatura...
E questo istante sa di plastica, è finto, lo sto generando, ancora una volta ficco un coltello nella spalla sinistra del tempo e sparo alla destra, mentre lui continua a lentamente affettarmi le arterie, senza affrettarsi, entrambi sorridiamo.
Tutto questo è solo frutto di noia.
Il pomeriggio è lo zenit dello sbattimento, e tutto ciò che faccio si riduce a scrittura volendo, anche quando non richiede caratteri visibili...
La sera ha un sapore vago...come certi frutti non ancora di stagione....come albicocche acidule...si sospende l'attività e ci si prepara all'attività o all'inattività.
La notte, nel migliore dei casi, sa d'erba...ergo: la notte agisce sul mio cervello limbico più del resto della giornata e di conseguenza devo iper-stimolarmi in maniera tale da poter continuare a galleggiare senza affondare o emergere; comunque tra le due cose preferisco senz'altro la prima.
Ne consegue che la mattina il più delle volte sa di catarro, e che, a causa dei troppi stimoli notturni, la mattina tende ad iniziarmi di pomeriggio.
Il momento di maggior responsabilità verso me stesso è quello in cui mi stendo sul letto, devo stare bene attento a dove lascio a vagare la mente, non dormirò prima di mezz'ora, se sono fortunato; non dormirò prima di 3 quarti d'ora se sono in una giornata normale; non dormirò prima di qualche ora se è una di quelle giornate. Tutto ciò è buffo considerando che, a questo ritmo, tutte le giornate sono una giornata sola, elemento che comporta l'annullamento di ogni schema orario prefissato, che mi da la libertà di iniziare a bere, preferibilmente vino rosso, volendo anche al mattino...ma non voglio prendere in giro nessuno, non bevo mai alcolici al mattino...nonostante il mio mattino non esista...tuttalpiù li bevo dopo un'ora che sono sveglio, alcuni lo chiamerebbero mattino ma, iniziando le mie mattinate quasi tutte estremamente tardi...sì insomma si è capito!
Così tanto tempo a coltivare me stesso da finire con l'eclissarmi da me stesso e dagli altri, ma a stare con gli altri mi angoscio per tutto il tempo che potrei passare a coltivare me stesso...qualsiasi sia il dilemma la risposta è: poco male; così tante le volte in cui lascio correre mentre qualcuno tenta di spiegarmi come vivere a suo modo.
E' tutta una questione di probabilità, a partire dal tutto e dall'essere, che sono una probabilità su un'infinità, che equivale a dire che sono e non sono...a capirlo può dare un senso di vertigine, ma è estremamente appagante.
Chiunque mi abbia mai dato del pessimista si è rivelato essere una persona totalmente cieca; in ogni caso non c'è di che!
In questo periodo (O dovrei dire da sempre? Qual'è la differenza?) la giornata sa di solitudine; amo la solitudine relativa al momento, è indispensabile a svolgere le mie attività e a contemplare un tipo di equilibrio che a troppi sembra squilibrio (poveri ciechi); la solitudine assoluta, d'altro canto, sa anche ferire...per fortuna l'equilibrio succitato comprende tutto in maniera geniale.
Amo odiare, quindi quand'anche odiassi soffrire non potrei che amarlo al qualtempo; mi abbandono perversamente felice nella sofferenza, la contemplo, la trovo affascinante, mi completa, mi da tutte le risposte che cerco, forse è per questo che non piango mai...praticamente da....sempre! Visto? Tutte le risposte che cerco! Mi perdo in ogni ferita, estasiato e ponderante, sono in eterna tensione et in eterna distensione...e c'è chi si azzarda a non definirlo nirvana...
Mi guardo allo specchio e vedo un artista, l'attimo dopo un cretino, l'attimo dopo un pensatore, quindi un folle, ed ecco che arriva il nevrotico, seguito a passo svelto dal calmo, poi arrivano di corsa l'insicuro e il sicuro, il patetico e l'affascinante, giunge poi l'aspirante tossico che si guarda intorno in maniera compulsiva fino al momento in cui lo sguardo si posa tranquillo su qualcos'altro, noncurante.
Sa di tutto e sa di niente.
Sa di delirio, era da un po' che non ne lasciavo!
Sa di flusso di coscienza, in questo sono un maestro.
E tu che mi stai leggendo sereno, con la verità in tasca e il tono distaccato di chi sta pensando che forse la so lunga, ma di sicuro tu la sai più lunga, che qualcosa mi sfugge....sappi che il timore che conservi segretamente è più che fondato, non arriverai mai dove sono io in questo momento perchè in questo momento sono troppo avanti, per questo non mi curo di ciò che scrivo, per questo posso permettermi di lasciare pezzi di me anche in zone del percorso che ritieni troppo indietro, perchè il percorso mi appartiene, perchè il percorso è un mio pari, e perchè, come dicevo, a qualsiasi dilemma la risposta è "poco male", e con poco male intendo dire che non importa. Tutto ha la mia massima attenzione nella sua nullità perchè non esiste nulla all'infuori del nulla stesso, ma questo non è nichilismo, è ben oltre il nichilismo.
Era da un po' che non scrivevo un delirio....tantomeno autocelebrativo...
Sa di tutto e sa di niente!
"Reaper" - paese: USA anno: 2007 numero di serie attualmente uscite: 2 numero episodi: 18 (season 1), 13(season 2) durata episodi: 42 min. regia: Stephen Cragg (4ep.), James Head (4ep), Ron Underwood (3ep), Peter Lauer (3ep), Kevin Dowling (3ep), John Fortenberry (2ep) sceneggiatura: Tara Butters, Michele Fazekas, Craig DiGregorio, Thomas Schnauz, Tom Spezialy, Jeff Vlaming, Chirs Dingess, James Eagen, Kevin Etten, Kevin Murphy, Yolanda Lawrence, Michael Daley cast: Ray Wise, Bret Harrison, Tyler Labine, Rick Gonzalez, Missy Peregrym, Jenny Wade, Andrew Airlie, Ken Marino, etc.
E dopo un'altra lunga assenza, mi prendo un po' di spazio prima di concludere questo percorso con Gus Van Sant (che comunque è ormai pronto alla 'pubblicazione') per parlare di un telefilm americano: "Reaper", da noi approdato su mtv (vittima, come ormai di consueto per i lavori televisivi, di un doppiaggio pessimo).
Reaper vede come protagonista Sam, un 21enne la cui anima è stata venduta al diavolo prima ancora della sua nascita, che si trova a dover catturare le anime in fuga dall'inferno con l'aiuto dei 2 amici Ben e Sock, e della ragazza Andy; i fan di vecchia data di "Twin Peaks" saranno lieti di trovar nella parte del diavolo un inossidabile Ray Wise, al massimo della sua forma.
Il telefilm ha una chiara impronta comica che si accentuerà col procedere delle puntate, i personaggi sono tutti caratterizzati in maniera vivace, su tutti a farla da padroni sono indiscutibilmente Sock, l'autentico diversivo comico del telefilm, entusiasta di poter lavorare a fianco dell'amico al servizio del diavolo (entusiasta in generale oserei dire, con un'attitudine ed una fisicità decisamente...dionisiache) e il diavolo stesso, ironico, di classe...voglio dire...sì insomma è Ray Wise! Irresistibile!
Trovandoci davanti a Reaper ci troviamo davanti ad una serie senza pretese, tuttavia tra le migliori in assoluto attualmente in circolazione, lo stile strizza un occhio a quello di Kevin Smith (che d'altro canto ne è l'Executive Producer del primo episodio) e la serie può vantare delle credenziali di tutto rispetto, ottima la fotografia, ottimo la regia, ottimo il modo in cui l'idea è sviluppata; una di quelle serie adatte anche ai cinefili più incalliti, piena di riferimenti e citazioni al cinema horror, sempre condita con un tocco parodistico ben calibrato.
"Reaper", oltre a divertire, lascia trasparire tutto il divertimento con il quale è evidentemente girato, riesce ad adeguarsi a qualsiasi tipo di pubblico andando a far convergere elementi di azione, horror, e commedia (avrete capito che quest'ultima la fa riccamente da padrona!) e celando sempre un'ironia che va oltre la gag visiva, molto più sottile di quanto appare; a tratti anarchica e nichilista, la serie ride sulle spalle di personaggi principali a cui non da mai tregua ponendoli innanzi a situazioni assurde e sbeffeggiando ogni dilemma etico-moraleggiante, il tutto è però imbastito nella maniera più morbida possibile rendendo lo show estremamente piacevole da guardare.
E' divertente vedere come i creatori si siano messi d'impegno ad andare a ripescare situazioni e personaggi altamente stereotipati per mescolarli insieme riuscendo a creare un risultato fresco e nuovo; infondo, come insegna il buon Tarantino, l'arte non sta solo nella storia che racconti, ma in come riesci a raccontarla, e Reaper, tra le sue influenze, lascia trasparire anche l'impronta di Quentin.
Visti gli argomenti trattati e il tipo di 'iconografia' a cui fa riferimento, impossibile non citare anche l'influenza di un altro telefilm, il capostipite del genere: "Buffy" (del quale consiglio la visione, come sempre, in lingua originale e tentando di andare oltre i pregiudizi che può creare visto il modo in cui è stato trattato in italia e il tipo di fan che si è costruito intorno) dal quale hanno pescato qualche elemento qua e là (ma in maniera nettamente superiore, più matura ed originale di quanto non abbiano fatto altri telefilm che c'hanno provato invano come "True Blood" o "Moonlight"); ma credo che "Buffy" vada solo citata tra le (varie) influenze, tentare un confronto tra i due telefilm sarebbe alquanto stupido e non porterebbe molto lontano, perchè il punto è proprio che Reaper riesce a mantenere una fortissima impronta personale, esemplificandoci la differenza tra "citazione" e "copia".
Insomma...Reaper è intrattenimento puro con tutti i crismi! VOTO: 4\5
Perchè ho tirato giù tutte queste righe su questo telefilm? bhè il fatto è semplice...per quanto mi sia già trovato a dire come certi prodotti televisivi abbiano tentato negli ultimi anni di alzare il tiro, sono pochi quelli ad essere riusciti a creare dei lavori di effettiva qualità, e, con "pochi, intendo senz'altro meno di 5 titoli (NO! Lost non è tra quei 5! Smettete di nominarmelo!). Per il resto si va dal buono (ecco, a lost posso concedere questa posizione, ok?) in giù, fino a scadere nella melma delle produzioni televisive di qualsiasi formato, che rappresentano la stragrande maggioranza dei titoli, e che continuano a rubare spazio nei palinsesti. Martedì 26 Maggio è andata in onda in america, sulla CCW, l'ultima puntata della seconda serie di Reaper (o già accennato al fatto che questo telefilm riesce ad essere così grandioso nonostante concentri le sue serie in non più di 18 episodi?) e, come l'anno scorso, la serie è a rischio cancellazione...anzi...peggio dell'anno scorso, la serie è stata cancellata! Qual è il motivo? un calo degli ascolti, la voglia di inserire programmi più 'mainstream' e di tenere in vita serie ormai morte da tempo (come stanno facendo con Scrubs per il quale, nonostante la trama sia andata a concludersi definitivamente nell'ottava serie, hanno deciso il rinnovo senza garantire nemmeno la presenza di tutto il cast!).
Nessuno è daccordo con la decisione presa dalla CCW; la ABC (che produce lo show) sta tentando di vendere il format ad altri canali, gli sceneggiatori, nell'ultima puntata, hanno lasciato la serie aperta (in una maniera che ho trovato anche abbastanza provocatoria e a suo modo ironica, più un messaggio alle reti che non un season finale!), i fan della serie stanno facendo girare petizioni ecc. in quella che sembra stia diventando una campagna piuttosto seguita, alla quale il sottoscritto ha preso parte.
Dal canto mio, oltre che firmare tutte quelle petizioni solitamente inutili e mandare un paio di messaggi ai canali di "feedback" online delle reti, non posso fare niente più che parlare della serie, consigliarla vivamente, e fare appello a chiunque, per un motivo o per un altro, volesse appoggiare questa campagna, lasciando i link qui sotto ed aggiungendo un altro "sticker" nella sezione "UNISCITI A NOI", qui di fianco, nonostante l'ultimo che avessi aggiunto (quello per drawn together) fosse risultato inutile... LINK UTILI: PETIZIONE - questa è la pagina della petizion online CAMPAGNA - questa è la pagina di riferimento per la campagna per salvare Reaper DMV - questa è la pagina del forum di reaper sulla quale troverete altre informazioni e link per questa campagna REAPERSITE - questo è il sito della serie
Spendo altre due parole per manifestare indignazione nei confronti della (ridicola, completamente ridicola! mi vergogno quasi a parlarne) chiusura mentale che attanaglia questo paese...giusto oggi stavo leggendo come i genitori italiani "boccino" molti programmi, tra i quali per l'appunto Reaper (nonchè l'altra grande speranza del piccolo schermo: "Dexter"), in quanto 'diseducativi'...in sostanza trovano oltraggioso un telefilm nel quale il diavolo possa avere un tale charme...mentre "promuovono" le varie fiction da due lire e prive di qualsiasi valore anche solo vagamente cinematografico prodotte in questa bella penisola piena di teste vuote; quello che vogliono questi IMBECILLI (la cui progenie è troppe volte troppo simile a loro, purtroppo) è un cinema pedagogico-istruttivo alla Frank Capra, nel quale tutti i 'buoni' possono riunirsi insieme ad odiare il 'cattivo' stando in guerra aperta contro tutto quanto è diverso a quanto loro insegnato, e ridendo della morte dei loro antagonisti, che comunque non viene mai mostrata in quanto sarebbe diseducativo...
A questo punto trovo sia meglio sorvolare prima di ritrovarmi con un'ulcera a furia di ripensare a quel fottutissimo moige!
Un po' in ritardo ma ritorno a parlare di Van Sant con l'ultimo capitolo della sua trilogia della morte...Successivamente passerò direttamente al post sul regista e tutti i suoi film...
"Last Days" - durata: 97 min. genere: drammatico paese: USA anno: 2005 regia&sceneggiatura: Gus Van Sant cast: Michael Pitt, Lukas Haas, Scott Green, Asia Argento, Ricky Jay, Kim Gordon, Harmony Korine
Credo che per capire davanti a che tipo di film ci troviamo basterebbe notare l'affiancamento dei nomi Van Sant, Korine e Argento per capire la direzione di questa pellicola.
Comincio subito in maniera schietta: ho trovato Last Days un film non semplicemente che poteva essere evitato, ma un film che sarebbe stato molto meglio evitare!
La parola che rappresenta meglio questa pellicola a mio parere è: PATETICO.
Mi spiego meglio:
sarà che già non ero entusiasmato all'idea di vedere un film ispirato al suicidio di Kurt Cobain, se voglio vedere qualcosa di triste e patetico su d un personaggio ancora più triste, patetico e banale vado a pescare a casaccio nella produzione relativamente più recente di Tim Burton (ovviamente non tutta, mi riferisco ad uno dei tantissimi titoli ispirati ad altri titoli ispirati ad altri titoli, sempre di Burton...ma per questo vi rimando alla recensione di Sweeney Todd!).
Il soggetto del film è il seguente:
Blake, musicista\artista\"bello&dannato"\tossicomane di turno, passa dei giorni in una casa sperduta al limite di un bosco, con gli amici del gruppo; questi sembrano ignorarlo, lo tengono lì in attesa si riprenda, interpellandolo solo riguardo a canzoni (senza mai ottenere risposta) e tour.
Nessuno da troppo peso alla solitudine e alle condizioni di Blake, la ragazza mette un detective sulle sue tracce. Il film segue gli spostamenti di un cervello esaurito, quasi passo per passo, che sembra in continua contemplazione e al qualtempo in continua catalessi.
Il fatto è molto semplice, Gus Van Sant sa benissimo come fare una regia, sa che effetto vuole dare alla pellicola e sa come darglielo; sfortunatamente la sua testa, col passare degli anni, si è riempita di figure retoriche e clichè che hanno saputo diventare parecchio stancanti e patetici.
A livello registico, Last Days riprende le scelte effettuate per i primi due titoli, amplificandole; il tempo della storia e il tempo reale sono portati ancora di più a coincidere rispetto al precedente Elephant e le frasi tronche o introdotte a discorso già iniziato si sono moltiplicate, la differenza è che stavolta il film è costruito per ellissi intrecciate in maniera ancora più rigorosa di quella di Elephant, ogni discorso interrotto viene riprese e ogni discorso concluso viene poi introdotto; le continue rotture temporali sembrerebbero essere un dubbio espediente mirato a rendere (stavolta in maniera parecchio goffa) l'idea di perdita della cognizione temporale, riesce parzialmente a spaesare per qualche istante, ma nel passare del film è nulla più che uno schema noioso, ripetitivo e prevedibile.
Michael Pitt da una prova attoriale superiore alla sua media, e la cosa lascia piacevolmente colpiti, Asia Argento non ha praticamente battute, e anche questo lascia piacevolmente colpiti...poi arrivano i problemi: sesso, droga, nirvana (il gruppo) e quanto ne segue (paranoie, frasi dette tra sè e sè, canzoni di dubbio gusto, lamenti continui) sono un mix davvero, davvero, davvero, davvero noioso! Sempre che voi non siate una 15enne che si sente sola e incompresa, o una vecchietta ancora disposta a scandalizzarsi per certe stronzate!
Kurt Cobain, a mio avviso una delle persone in assoluto più sopravvalutate (grazie morte!) nella storia della musica, rivive in una pellicola pretenziosa, che riesce a dire meno di quanto vorrebbe ed elabora un'atmosfera ben più patetica e noiosa di quanto il regista non avrebbe immaginato; nel tentativo di rendere lo "squallore" si viene creando infatti un mondo basato su luoghi comuni parecchio comodi, immagini e sensazioni che sanno di già visto, e in più svilite; il tutto è recitato in maniera quasi teatrale, stavolta rovinando ulteriormente la pellicola e rendendola pesante e basata all'eccesso sugli stereopi.
L'assenza di veri e proprio dialoghi volti ai fini della storia è una trovata che invece in parte riesce, ma che era riuscita decisamente meglio nei due film precedenti a qesto terzo capitolo, conclusivo e alquanto squallido.
Voglio ancora una volta specificare una cosa, nel caso qualcuno non l'avesse capito: non è che questo film sia fatto male, semplicemente è fatto in maniera superficiale, ma si nasconde dietro toni e tematiche di un "maledettismo" facilistico fino al disarmante, ed è proprio qui che risiede la sua essenza PATETICA di cui sopra parlavo...un esempio su tutti:
inquadratura sul cadavere di Kurt Cobain (nel film viene chiamato Blake), la sua anima, nuda, in semitrasparenza, si alza in piedi dal corpo e si arrampica in cielo sui pioli di una scala invisibile...credo che questa sia la scena di morte più pietosa che mi sia mai capitato di vedere, "giustificata" con un disperato tentativo di rimandare al metafisico.
Non essendo comunque il pessimo film di un incapace, ma solo l'ennesima caduta di stile di uno che comunque alla telecamera se la cava, e sa cosa vuole dire, c'è anche una lancia da spezzare in favore di Last Days: il film vuole spostare l'attenzione sui conflitti interiori del protagonista, senza motivare il suo suicidio, lasciandone solo il sapore, l'idea di fondo, il concetto astratto che gli sta dietro e i vari (ma decisamente già sentiti) dilemmi e contrasti interni del soggetto in questione; in questo Van Sant riesce abbastanza, aiutandosi, come dicevo, eliminando quasi del tutto ogni dialogo che potrebbe essere "utile" ai fini della storia e dell'esplicazione del concetto di fondo. La scena precedente al suicidio, quella che lo prepara, è il culmine di una serie di sporadiche scene in grado di funzionare, racchiude abbastanza il concetto di tutto il film (rendendomi ancora più antipatica l'assolutamente non indispensabile ripetitività di certe immagini e scenari, aspiranti contestuallizzanti).
In altri termini: Last Days è un film che attinge eccessivamente a un'iconografia piuttosto superficiale che finisce col parodiare e svilire il senso drammatico del film.
Comunque guardabile e registicamente ancora interessante abbastanza da renderlo sicuramente interessante per molti.
(TROOOOOPPO FACILE GUS! TROOOOOOOOOOPPO FACILE!)
Ed eccoci al secondo capitolo della "trilogia della morte".
"Elephant" - durata: 81 min. genere: drammatico paese: USA anno: 2003 regia&sceneggiatura: Gus Van Sant cast: Alex Frost, Eric Deulen, John Robinson, Elias McConnell, Jordan Taylor, Carrie Finklea, Nicole George, Brittany Mountain, Alicia Miles, Nathan Tyson, Kristen Hicks...
Elephant è un bel film, ma al qualtempo ambiguo e forse anche un tantino pretenzioso.
Credo la trama sia nota a tutti, 1999, Portland, 2 ragazzi decidono di presentarsi a scuola armati fino ai denti e fare strage.
La macchina da presa si muove morbida tra i corridoi della scuola dall'inizio alla fine; lunghi piani sequenza ci fanno entrare nelle aule, nei corridoi, in biblioteca, in bagno e così via; ovunque sta accadendo la stessa cosa: nulla.
I ragazzi sono quasi tutti incredibimlente simili tra loro, vuoti o troppo piccoli e persi nelle loro vite; anche qui, come avverrà (in maniera ancora più estrema) in "Last Days", il film si "riempie di vuoto", discorsi tronchi, ellissi temporali che si accavallano e si scavallano, scene che si ripetono, lo stesso voler dividere il film in capitoli titolati con i nomi dei ragazzi è una presa in giro, non esiste distinzione netta rivediamo sempre le stesse cose, anche quando ne vediamo di diverse.
Tutto ciò può da una parte voler rappresentare, per l'appunto, questo immenso vuoto, dall'altra è perfettamente funzionale a rendere la macchina da presa come un semplice occhio che si muove silenzioso tra i corridoi di scuola in un giorno qualsiasi, che diviene un giorno speciale solo verso il finale quando, ancora una volta, il massimo del climax sta nella scena del massacro.
I due personaggi più interessanti e più realmente caratterizzati non sono tutti quelli che ci vengono mostrati dall'inizio, non sono i due innamorati ad attirare la nostra attenzione, non è il gruppo di bulimiche che seguiamo anche mentre vomitano in bagno, non è la grassoccia e isolata aiutante in biblioteca; queste sono situazioni approssimate, svuotate, stupide (mi chiedo quanto volontariamente dal momento che, come ho già reso noto, se c'è qualcosa in cui ritengo gus van sant sopravvalutato è la rappresentazione dei giovani); devo dire che la prima raffica di mitragliatrice,i primi corpi a cadere a terra, sono una liberazione anche per lo spettatore.
Tornando al punto: i due personaggi maggiormente approfonditi sono senz'altro i "killer", due omosessuali spostati e frustrati che si preparano al grande giorno suonando beethoven e giocando ai video-games (altro elemento fin troppo scontato, ma attinente); a metterli dalla stessa parte però non è la sessualità, tantomeno gli interessi, bensì la rabbia, e ci metteranno poco a mettersi anche l'uno contro l'altro, in totale leggerezza.
La rabbia...credo che questo sia l'elemento fondante di "Elephant", non sono i movimenti di macchina, tutti accuratissimi, a tratti acrobatici, e consapevolmente ricchi di significato; loro sono solo la preparazione necessaria allo spettatore; di certo non lo sono nemmeno i discorsi...è solo l'effetto di tutte queste cose; è rabbia.
Non credo di essere dalla stessa parte del regista nel guarda il film, lui è dalla parte di tutti e di nessuno, è ambiguo, traccia un discorso che si può vagamente interpretare come l'ennesimo attacco alla società iin difesa di poveri ragazzi che non fanno altro che girare a vuoto; potremmo però anche dire che sono i ragazzi stessi a simboleggiare una micro-società dalla noia della quale è naturale nasca la violenza...
Personalmente, per come ho visto il film, posso dire di averlo trovato a tratti ironico a tratti patetico...cosa vuoi dirci Gus?! Che viviamo in un mondo che porta i ragazzi a divenire persone prive di spessore? Che porta all'isolamento, alla rabbia, alla violenza? Troppo facile Gus!
La verità, per quanto mi riguarda, si trova a metà, da una parte abbiamo un regista che interpreta goffamente ciò che vede dei giovani, che da una visione vera quanto parziale, che non riesce spesso a creare personaggi autenticamente diversi e che si appoggia con un eccesso di facilità a dei clichè, ma lo fa con l'occhio di chi si sente spregiudicato e sensibile; insomma un regista che a mio parere, in continuo deliro narcisistico, sopravvaluta le sue capacità di empatizzare.
Dall'altra abbiamo un regista che, questa volta, crea un divertente affresco di inettitudine e la soffoca nel suo sangue; in elephant tutte le presunte "differenze" dei personaggi si annullano davanti ad un dato semplicissimo: "sei o non sei parte di un branco? Sei o non sei inquadrato agli occhi degli altri?" e questo è un discorso nel quale i giovani sono utili come punto di riferimento per guardare all'intera società, è tutto riconducbile ad uno dei primi discorsi che possiamo udire nel film: il dibattito sull'omosessualità che diventa un dibattito su quanto sia riconoscibile un gay ed in base a cosa, un dibattito che diventa una disquisizione su quanto sia legittimo da parte di un ragazzo portare dei vestiti di tale o tal'altro colore; allo stesso modo i due "spostatelli" non riescono ad essere più di due, non riescono nemmeno ad essere se stessi tra di loro, tutto ciò che vogliono è cancellare quanto li disgusta e li ostacola, quanto li mette n difficoltà...entrati a scuola se la prendono comodissima, passeggiano per i corridoi ponendo fine a tanti esseri per loro futili, forse proprio perchè fondamentalmente troppo riconoscibili.
C'è solo un piccolo problema, loro stessi non sono altro che personaggi costruiti su una serie di luoghi comuni, sono degli alienati a loro volta fin troppo banali, e se da una parte questo rende ancor più ironico il massacro, dall'altra lascia pensare che tutto sommato, una "pennellata" vagamente diversa gliela si poteva dare; fortunatamente arriva quell'ultimo sparo a fare la differenza, uno dei due elimina l'altro...perchè? perchè non sono copatibili nemmeno fra di loro? perchè tutto ciò che gli interessa è dar sfogo alla sua rabbia? o forse perchè tutto sommato, loro stessi avvertono il peso della loro banalità, ma non riescono a liberarsi del lorom personaggio? Seguire quest'ultima ipotesi caratterizza quell'ultimo sparo in maniera più interessante degli altri, come un proiettile contro uno specchio, sparato innanzi all'unica, vera, immensa impotenza, quella che si prova davanti a se stessi.
Vedete voi quale visione preferite.
C'è un altro elemento che ho trovato a suo modo divertente; all'inizio del film seguiamo questo ragazzo, John, andare a scuola accanto al padre ubriaco e lasciarlo parcheggiato fuori in attesa che il fratello lo venga a prendere, una situazione vista e rivista, una situazione noiosa, degna del peggiore dei Dawson's Creek, in cui è accentuato a morte questo aspetto di figlio costretto a fare il padre, crescere in fretta, quando è troppo giovane per farlo e finisce col piangere nel momento in cui rimane da solo.
John si salva, viene avvisato dai due "macellai" e invitato e rimanere fuori dalla scuola, alla fine del film reincontrerà il padre e la situazione farà per riequilibrarsi (in maniera goffissima) innanzi all'atteggiamento più o meno protettivo del padre e al silenzio del figlio; probabilmente nessuno dei due è tagliato per essere padre, ma almeno uo dei due deve tentare, perchè è questo ciò che è richiesto dallo "spettatore", è questo che è necessario in una situazione simile, è questo che è "giusto e normale" che sia...eppure risulta quantomai innaturale.
Non mi sono soffermato su inquarature e compagnia perchè, se da una parte sono gonfie di significato e studiate, come affermavo sopra, dall'altra è questo il loro ruolo, è questo a rendere visivamente accattivante il film, ed è un elemento "facile da ignorare quanto un elefante in un soggiorno" (sììì è un riferimento all'origine del titolo del film...ma quanto figo sono?!).
Tirando le somme anche sulla questione dei personaggi una volta per tutte: in questo caso quella di Van Sant mi sembra una scelta condivisibile che da al film quel tocco di ambiguità e aleatorietà richiesto, lo sospende, quasi fosse teatro, caricando, facendoti entrare sì nella vicenda, ma dalla porta di servizio, come occhio esterno ma capace di partecipazione.
IN 10 RIGHE:
Ognuno potrà interpretare un film del genere in maniera differente, personalmente ritengo che non sia un film sull'alienazione del "differente", nè sulla rabbia in quanto tale; forse non è neanche completamente corretto interpretarlo come un film specificatamente di denuncia...l'ho trovato piuttosto incentrato sull'incapacità totale di differenziazione e di affermazione di un'identità propria e autentica al 100%, da parte di tutti, inclusi gli alienati, che tutto sono, tranne che dei "diversi"!
E' un film nel quale la società è rappresentata come un teatrino in cui ognuno ha il suo ruolo, che gli piaccia o no, che sia veramente il suo o meno (e questa è l'unica chiave di lettura in base alla quale posso realmente apprezzarlo).
Secondo capitolo molto interessante, ma assolutamente non all'altezza del primo!
Comunque da vedere.
Dichiarazione Programmatica:
Prima di arrivare alla seconda parte della mia piccola "analisi d'autore" dedicata a Gus Van Sant, quella in cui effettivamente si parlerà dei film - di tutti i suoi film - voglio dedicare dello spazio ad alcune delle sue opere in particolare; questo sarà un passaggio che, d'ora in avanti, cercherò di fare prima di iniziare i post sull'autore di turno, ma nel frattempo poco male...i film che prenderò in considerazione in questi giorni saranno: "Drugstore Cowboy", "Belli e Dannati", "Gerry", "Elephant" e "Las Days".
Li ho elencati in ordine cronologico ma non procederò a questo modo, partirò oggi con "Gerry", il più difficile sotto ogni aspetto, a seguire tratterò "Elephant" e "Last Days", in maniera tale da visionare in ordine tutta la cosiddetta "Trilogia della Morte"; a questo punto tratterò gli altri due (tempo concedendo), quindi passerò alla conclusione dell'analisi dell'opera di questo regista fino ad oggi, trattando e mettendo in relazione in un post tutti i titoli che vanno da "Mala Noche" al recente "Milk" (in altri termini una settimana di viaggio me la farò accanto a Gus!).
Cominciamo...
Premessa:
Trovo fondamentale, prima di iniziare a parlare di Gerry, spendere due parole sui diversi approcci che si possono concedere ad un film; lo faccio perchè questo (chi non l'ha visto, presto capirà) è un film che non potrebbe che risultare molto difficile nonchè molto pesante al pubblico cosiddetto "mainstream", ed è un film uscito subito dopo "Will Hunting" e "Scoprendo Forrester" (i due 'pasticci' commerciali del regista) e che non è mai giunto in italia (in internet è comunque reperibile una versione sottotitolata in italiano...ma dovete spulciare per bene!).
Il cinema può essere vissuto in maniera differente: passatempo, passione, dibattito filosofico, dibattito idealistico... Una cosa è certa, l'unico elemento che ci ha dato la possibilità di definire quest'arte un "linguaggio" è l'immancabile comunicabilità alla base di ogni pellicola.
Non lasciatevi ingannare dal gusto, intendo proprio qualsiasi pellicola: non esiste un film che non parli e non dica qualcosa oltre ciò che mostra, che questo qualcosa sia "l'importante nella vita è il materialismo, il consumo, questo è ciò per cui lavoro, per cui questo film è fatto in maniera da attirare un certo tipo di target, probabilmente giovane, attraverso trovate romantiche\visive\comiche sempre al limite del semplicismo estremo", o che piuttosto sia un invito alla riflessione, o dell'intrattenimento elevato al massimo, una condivisione di un punto di vista o di una passione, un esercizio virtuosistico.
Ognuno ha il suo tipo di cinema, purtroppo la maggior parte delle volte la gente viene semplicemente ammaestrata ed abituata ad un certo tipo di cinema (stesso dicasi per musica, letteratura, e tutto quanto d'artistico e commerciabile). Personalmente, anche alla luce di ciò, il mio modo di vedere un film il seguente:
Guardare un film è come assumere una droga e può scatenare le conseguenze più differenti, anche sulla stessa persona in momenti differenti; ciò che bisognerebbe tentare di fare è lasciari prendere, entrare nell'atmosfera, nel mondo, nel sistema di personaggi e di valori che ci viene presentato, e a quel punto vedere cosa succede, cosa il film ci fa sperimentare.
Certo è che maggiore sarà lo sforzo nel momento del concepimento, quindi della realizzazione, maggiore sarà la richiesta di attenzione e partecipazione; non tutti i film sono "cocaina", anzi, il sottoscritto tende a preferire film "allucinogeni".
Così come sarebbe insensato sperimentare nuove droghe con l'intento di avere un paio d'allucinazioni da "godersi" per poi tornare subito lucidi, allo stesso modo, per questo tipo di film, è inutile sedersi davanti alla poltrona e guardare con disattenzione, con altro in testa, alla ricerca del semplice svago.
I film sono fatti per sì per trascinare, ma a patto che si sia disposti ad essere trascinati.
(NdZ. - Nella recensione verrà rivelato anche il finale del film, certo la trama in una pellicola del genere non è fondamentale, ma ora siete stat avvisati...alla peggio saltate prima in fondo al post a leggere il sunto in 5 righe del film...)
"Gerry" - durata: 103 min. genere: drammatico paese: USA anno: 2002 regia: Gus Van Sant sceneggiatura: Matt Damon, Casey Affleck, Gus Van Sant cast: Matt Damon, Casey Affleck.
Due amici di nome Gerry si perdono in un non meglio specificato paesaggio desertico (a tratti sembrerebbe la Death Valley ma non ne sono certo) durante un'escursione.
Perchè i due erano in lì in escursione? Bhè...suppongo per il gusto di respirare un po' d'aria pura e farsi un giro...in ogni caso quanto a noi è dato sapere è che i due arrivano in macchina, scendono, iniziano a camminare, correre, cambiano strada per non trovarsi in mezzo a un branco di canticchianti famigliole zaino in spalla...e si perdono.
Il dilatamento temporale cui assisteremo anche nei due successivi "Elephant" e "Last Days" è anche qui esasperato, anzi, la cosa è accentuata dalla quantità esigua (per usare un eufemismo...il parlato copre circa 10 minuti su 103!) di momenti parlati. Il film abbonda di piani sequenza e movimenti di macchine che sottolineano il progressivo venire sopraffatti dalla natura loro circostante dei due protagonisti, il tutto seguendo le loro silenziose e disperate camminate in tempo reale.
Il film segue un andamento piuttosto simmetrico:
I due arrivano insieme e si perdono, a questo punto si separano, Gerry "Damon" è costretto ad aiutare Gerry "Affleck", riprendono a viaggiare insieme, si separano nuovamente, il desiderio di Gerry "Affleck" di poter riprendere in pugno la situazione, affiancato invece alla sua totale incapacità, è tale da spingerlo alle allucinazioni, il ritorno di Gerry "Damon", ancora una volta, li mette in condizione di riprendere a camminare, tentando di ricostruire la strada smarrita.
La musica che accompagna il film è sporadica e disposta in punti strategici; le inquadrature dei due passano da piani ravvicinati che li vendono "intrappolati" nella telecamera a muoversi perfettamente a vuoto, a campi medi, lunghi, lunghissimi e panoramiche, che ce li fanno perdere di vista in favore del paesaggio: sconfinato e desolante.
Come ovvio il film in questione è un film aperto a mille interpretazioni; ha in più un modo insolitamente perverso di prendersi gioco dei due protagonisti: basta prendere in considerazione i pochi discorsi, prima c'è una dettagliata descrizione del gioco "la ruota della fortuna", che sottolinea ancora di più l'inadeguatezza dell'uomo moderno a delle situazioni 'reali' e 'naturali' che siamo stati noi a rendere invece straordinarie e occasionali; altro discorso degno di nota arriva con il gustosissimo e delirante monologo su Tebe, per il resto solo il minimo indispensabile che i due si trovano a comunicarsi per tentare di tirarsi fuori da quest'impiccio.
Il tempo del film, coincidente spesso col tempo reale, affiancato al tipo d'inquadrature già citate, rende subito chiaro allo spettatore lo stato di completa disperazione nel quale i due versano, anche se loro sembrano accorgersene solo a "pizza" inoltrata...
Si potrebbe dare al film un valore come quello cui accennavo prima, una sorta di "vendetta" della natura, narrata ridendo alle spalle dell'inettitudine di "Gerry".
Allo stesso modo si può dire quanto detto da chiunque, ovvero che questo film è una sorta di ritrasposizione cinematografica di Meeting Godot , affermazione che trovo parzialmente vera. Senz'altro in comune con la piece ha il ritmo della narrazione (nonostante l'opera di Becket sia decisamente più ricca di dialogo) e posso sforzarmi anche a trovare delle vaghe affinità tra i personaggi (più che altro tra Gerry "Affleck" e Didi...) ed è indubbia l'influenza che si può attribuire all'opera teatrale, ma il racconto è semplicemente un altro e va a parare altrove; non c'è un Godot da aspettare, che non arriverà mai, piuttosto ci sono due personaggi intenti in un viaggio a vuoto, portati ad un finale inevitabile (che certo è lo stesso finale serbato dalla metaforica attesa di "Godot").
Personalmente ho trovato una chiave di lettura differente (credo che l'obbiettivo di film del genere sia proprio questo infondo!).
Anzitutto mi vedo costretto a rivelarvi il finale: smarriti, stremati, senza cibo nè acqua da qualche giorno, i Gerry sono ormai l'unico oggetto messo a fuoco dalla macchina da presa nella loro passeggiata verso la fine, tutto il resto ha perso completamente senso, è come se i due camminassero solo all'interno dell'inquadratura, che ormai si è fatta troppo stretta per dargli altro spazio; giunti al loro punto di sopportazione i due si accasciano a terra e per lunghi minuti tacciono, Gerry "Affleck" comincia a stuzzicare Gerry "Damon" dopo la fatidica frase "I'm Leaving!", Gerry "Damon" cede all'implicita richiesta e pone fine alle sofferenze dell'altro strangolandolo e, ancora una volta, salvandolo da una situazione sgradevole; a questo punto l'unica cosa che sembra rimasta da fare è aspettare e il film non ha assolutamente fretta; dopo qualche minuto d'attesa..."la rivelazione", indicata in maniera ambigua, lasciata intendere allo spettatore...Gerry "Affleck" si alza, si allontana dal corpo dell'amico e, ironia della sorte, riprende fuoco all'occhio della macchina da presa tutto il mondo a lui circostante...i due erano giunti in "prossimità" di una strada, si intuiscono delle macchine.
Gerry è sul sedile posteriore di un'automobile, affianco ad un bambino; è stremato ma salvo e getta un ultimo sguardo fuori, a quella distesa di nulla da cui è appena uscito.
Schermo blu, titoli di coda.
Negli ultimi 40 minuti di film, durante una camminata che ne durerà poco meno di 10, subito prima del momento di massimo climax del film (che, come negli altri film di questa trilogia, è rappresentato appunto dal momento della morte; d'altronde, come dice Matt Damon nel film: "Tutte le Strade Portano allo Stesso posto"), ho avuto l'illuminazione finale:
nonostante secondo alcuni questo film non faccia altro che annullare i due personaggi rendendoli non indispensabili, credo siano proprio loro il cardine del film. "Gerry" mi è sembrata essere la storia di un'"evoluzione" (contenente anche gli aspetti sopra indicati di natura che sopraffà l'uomo e ne ride insieme al regista naturalmente, nessuna spiegazione esclude l'altra!); dall'inizio del film siamo posti innanzi a questi due amici di cui non sappiamo nulla se non che si chiamano entrambi Gerry.
I discorsi "futili", ma oserei dire i discorsi in generale, così come tutti i momenti di stallo, sono bene o male tutti innescati da Gerry "Affleck" .
Sta sempre al Gerry "Damon" rimettere in moto la situazione, questi non fa altro che salvare il compagno per tutto il film; persino nel momento in cui lo uccide, è evidente come l'intento sia di dargli la via di fuga che sta chiedendo, per poi attendere da solo la morte, disteso in un deserto (che si è mano mano fatto sempre più bianco e desolato).
Per quanto ci è dato vedere e capire, si potrebbe dire che simbolicamente i due personaggi rappresentano una sola persona, o comunque una sola cosa (non è certo un caso se entrambi si chiamano Gerry e usano questo nome ogni volta che aprono bocca, persino come verbo e come sostantivo, sinonimo di tutto ciò che comporta lo sbagliare, il fare una cazzata).
Quella che ho chiamato "illuminazione" non è stato altro che un elemento tra tanti che mi è saltato prepotentemente all'occhio e che ho ritenuto essere valido a sostenere qesta tesi che piano piano mi si stava formulando in testa:
Tra 1:18:51 e 1:26:15 circa, i due compiono la loro ultima marcia; questa tende a farsi notare particolarmente (se si sta ancora seguendo il film, chiaramente) e rimane in testa, scandita da un ritmo stabile, Gerry "Damon" è svariati metri davanti a Gerry "Affleck", i due camminano non solo in fila, ma anche in sincronia, con un passo che mi è rimasto in testa, sembra che zoppichino, la gamba sinistra supera la destra, la destra raggiunge la sinistra, la sinistra supera la destra, la destra raggiunge la sinistra...
Come fossero "sciancati" tengono questo passo fisso, e non c'è un singolo momento in cui la gamba destra superi la sinistra (come avverrebbe naturalmente, camminando); allo stesso modo Gerry "Affleck" sembra essere la gamba destra di Gerry "Damon", fa per raggiungerlo ma poi rimane indietro, fino a quando questo non si ferma, lui lo raggiunge, e i due si abbandonano in terra stremati.
A questo aggiungo che nel momento in cui Gerry "Damon" si rialza da terra, dopo aver ucciso l'altro, comincia a camminare semi zoppicante, per poi riprendere l'andatura normale, o quantomeno un'andatura su ambe due le gambe.
In finale questo viaggio porta i due protagonisti a ridursi ad uno, ma sarebbe più corretto dire che porta il protagonista a disfarsi di una parte di sè più debole.
Non sono sicuro di aver reso l'idea con questo mio ultimo delirio sulla deambulazione dei protagonisti, in ogni caso non è tanto importante il particolare della camminata (io sono il primo, di solito, a diffidare in questo tipo di letture) quanto il livello di "meditazione" a cui questo film, se si è disposti a seguirlo, è in grado di portare lo spettatore; non è una visiona "piacevole" ma è senza dubbio una visione compartecipata e sofferta, che richiede un continuo lavoro di metabolizzazione delle scene e di mentalizzazione quando ce ne concede il tempo. Tutto questo a patto, per l'appunto, di seguire Gerry nel suo viaggio spirituale.
IN 5 RIGHE:
Gerry è un film nel quale trama, concetto ed estetica vanno a coincidere in un risultato complesso e stancante, ma al qualtempo studiato e profondo che annienta l'idea comune di sceneggiatura; a molti risulterà certamente irritante, provocatorio e insostenibile, ma sa serbare delle grandi sorprese a patto di lasciarcisi andare dentro, a patire la sete per un'ora e tre quarti. Gerry è un viaggio spirituale.
PORCA TROIA! UN MESE CHE NON TORNO SU SPLINDER E QUESTO GIA' SI PERMETTE DI MANDARMI A PUTTANE UN POST! ORA DOVRO' RISCRIVERLO DA CAPO!
...uff...
In ogni caso...Beeeeeellattutti! Sono in finale ritornato nel mio buco inernautico per riprendere a viaggiare, diopo un altro mese d'assenza....ah...il 15 marzo...ricordo bene...scrivevo il mio bell'"articoletto" su Vicky Christina Barcellona e pensavo: "devo stare attento, entro 5 giorni devo riportare il libro di Metz in biblioteca o mi sospendono di nuovo la tessera"....e oggi, 24 aprile, quel libro se ne sta ancora fiero sulla mia scrivania a prendere polvere!
In altre parole "sì, sono uno che dilaziona...anche troppo".
Non è un buon periodo, mi è andato a monte il progetto dell'anno e passo lunghe giornate a cercare 'location' per girare dei corti che sembrano non voler prendere forma...MA IL PUNTO E' UN ALTRO!
Dovendo riprendere gli studi (per i quali, a proposito di dilazioni, non ho ancora pagato la seconda rata) mi trovo ad approfondire la conoscenza di un paio di registi che già conoscevo abbastanza...e con i quali ho un rapporto alquanto ambiguo...ho deciso di togliermi qualche sassolino dalla scarpa nei confronti di questi due, abbandonando per un po' la solita formula della recensione o del delirio di turno!
Intanto comincio col primo...e la cosa funzionerà così...intanto avrete l'onore di leggere una personalissima lettera agli autori in questione, più in là si procederà con l'analisi di qualche film, poi vedrò cos'altro mi andrà di fare!
(L'idea fondamentalmente è questa: ogni volta che parlerò di un 'autore' gli dedicherò almeno un post di deliri e uno di recensioni)
Il primo dei due registi in questione è Gus Van Sant.
"Pederastia: Nell'antica Grecia, il termine indicava l'attrazione o il rapporto fra un maschio adulto e un maschio adolescente. Poiché l'antica Grecia sviluppò una serie di convenzioni sociali e addirittura di riti per regolare tale rapporto, lo si considera generalmente un fenomeno storico e sociale a sé.
Caro Gus,
ancora ricordo il primo film da te firmato che vidi, da piccolo, al cinema...era "Will Hunting", probabilmente, tra le tue pellicole, una delle più pubblicizzate (almeno da queste parti), un film che all'epoca (avrò avuto 9 anni) mi piacque, e che tutt'ora posso considerare tranquillamente un buon film...certo magari con un altro finale e un tocco un tantinello meno "standardizzato" sarebbe stato un gran film...ma non è coi condizionali che si parla di cinema!
Eh Gus...il secondo tuo film che vidi fu "Scoprendo Forrester", che in finale non è altro che la versione negra e ulteriormente standardizzata di Will Hunting, ma che riesce a rimanere digeribile...più che altro grazie a Connery...
Con il terzo film mi andò particolarmente bene, vidi "Drugstore Cowboy", veramente bello...ma da lì in avanti cominciai a pormi delle domande e a darmi delle risposte...e di sicuro la lettera non te la sto scrivendo per continuare ad elencarti dei titoli...
Gus, Gus...come mai subisci tanto il fascino dell'adolescente incappucciato con le cuffie nelle orecchie?
Eh Gus...io capisco e non preoccuparti, non sono uno che giudica!
Te li sogni la notte vero? li immagini mentre sei sotto le tue lenzuola e cominci a sudare e ansimare...non riesci a liberarti d quei dannati cappucci nemmeno quando sei sotto la doccia! Oh Gus...dev'essere terribile...Forse ti rivedi anche in loro? E pensare che, quando eri giovine tu, non c'erano nè cappucci nè auricolari come mode dominanti!
Abbracciavi il cuscino piangendo coperto dalle note di qualche chitarra elettrica mentre pensavi che nel giro di qualche decennio tutte le tue preziose cassettine si sarebbero smagnetizzate e tu saresti rimasto senza la tua scorta di musica aggressiva, moderna e controtendenza? non ti ha mai sfiorato il pensiero che, forse, tempo di smagnetizzarsi e la musica aggressiva, moderna e di controtendenza sarebbe diventata un'altra? Povero Gus!
Ma un bel giorno...BOOM! è il 1976 ed esce il walkman, tu hai 24 anni, magari sei ancora tutto preso dalla pittura...tempo 3 anni ed esce il cd, la tua musica è salva! ma dove potrai vantarti dei tuoi nuovi acquisti e del tuo ritrovato status di ribelle?
MA CERTO! un giorno a settimana passi 10 minuti con un paio di tossici, ti avvicini al cinema e finalmente trovi una via per affermarti come regista "indipendente" , e la parola indipendente è cool...ma cool nel modo giusto, non cool socialmente riconosciuto!
Nel 1982 hai girato il tuo primo corto e da lì in poi non ti sei più fermato!
Nell'85 esce è il primo lungometraggio e la strada è spianata! Ora potrai parlare di clichè giovanili fuori moda quanto ti pare e piace!
Passi inspiegabilmente da filmoni a filmetti, dall'oro alla spazzatura, ma c'è più o meno sempre un comune denominatore...ed ecco che siamo tornati a bomba...e sei fortunato che stiamo sorvolando sul tuo DISASTROSO e PESSIMO remake di "Psycho"!
Allora Gus? mi ci sono avvicinato? Nemmeno un po'? bhè in ogni caso non ho finito!
Sai qual è il problema Gus? Per esprimere al meglio certe cose bisogna avvicinarcisi in maniera più massiccia...Quello che intendo è...aspetta...
Prendiamo ad esempio quello che per alcuni è il tuo capolavoro: "Elephant", io sono il primo a dire che il film in questione è un buon film, ha solo una pecca....quella che è la pecca di parecchi dei tuoi film...I PERSONAGGI GUS! CAZZO I PERSONAGGI!
Perchè, qualsiasi sia il film, riesci solo a creare dei personaggi superficiali? Dei personaggi che vogliono celare uno spesso che gli manca! Degli abbozzi di persone vere!
Voglio dire...per alcuuni film può funzionare...lo stesso "Paranoid Park" voleva esprimere un certo senso di apatia dei giovani...e c'è riuscito...ma non trovi sia un tantinello troppo semplicistico tutto ciò?
Non fai altro che ricalcare goffamente le ombre di quello che vedi da mtv o per la strada, mescoli personaggi finti, ricalcati da atteggiamenti finti, con storie che vorrebbero essere vere il più delle volte!
Gus, Gus...posso perdonarti, in parte, per alcuni dei tuoi titoli...ma per molti altri no! GUS A VOLTE NON CAPISCO SE VUOI FARMI PROPRIO INCAZZARE E GUARDA CHE IO MI INCAZZO!
Ti concedo i personaggi che hai creato in "Belli e Dannati"...quelli te li concedo perchè sono i classici "weird" nella classica atmosfera weird e il film è abbastanza surreale da lasciarceli apprezzare.
Insomma, quello che ti sto dicendo non è che sei un incapace, non prenderla male...ma voglio dire...non credi anche tu di eccedere nel pathos e nel luogo comune?
C'è un ultimo film che voglio rinfacciarti ed è "Last Days", il film ispirato alla morte di Kurt Kobain....Già mi sei stato sul cazzo per la figura che hai scelto, il clichè dei clichè, un musicista mediocre che ha passato la vita in balia delle droghe più disparate, un personaggio noioso, la parodia di quello che voi chiamereste "pessimista"....comunque io il film lo dovevo vedere a prescindere e ho cominciato a vederlo...L'operazione era simile a quella di elephant; va a avvicinare il Tempo Reale e il Tempo della Storia facendo per farli coincidere, poi all'improvviso un salto avanti, poi di nuovo un salto indietro, un cambio di punto di vista, il conitnuo uso di frasi tronche....Gus posso dirtelo? SEI FASTIDIOSO! SEI FASTIDOSO E SUPPONENTE QUANTO FAI COSI'!
Sei effettivamente riuscito a creare un film vaamente alienante, ma niente a che vedere col senso di squallore e di reale annientamento temporale che avresti voluto trasmettere...in più quella cosa dell'anima nuda che si alza dal corpo e si arrampica in cielo era semplicemente PIETOSA! PIETOSA CAZZO! CAZZO GUS!
NON SEI IRRIVERENTE, NON SEI UN VISIONARIO, NON HAI UNA VISIONE PROFONDA DELLA VITA E NON HAI L'ATTITUDINE DELLO PSICOLOGO! STACCI!
Guarda...ora non ho più molto tempo per proseguire, ma vieni a trovarmi sulle pagine di www.zensation.splinder.com, prossimamente parlerò di alcuni dei tuoi film e vedrai che capirai meglio cosa intendo!
Sentitamente tuo, Zenn
(per l'ennesima volta: "sì, indosso una felpa con un cappuccio!" e: "No! Non mi scatterò mai una foto del genere per poi mandartela!") "
E questa era la lettera...10 punti a chi coglie il senso parodistico dell'inserto "metadiegetico" sulla Pederastia!
Non è finita qui ovviamente (mi farei schifo da solo)...Torno presto!
Solo pochi giorni fa ho avuto modo di vedere l'ultima fatica di Woody Allen, ormai fuori dalle sale da qualche mese: "Vicky Cristina Barcelona".
Come al solito per gli ultimi film di Allen, ho letto critiche spaccate in due, tra chi trova il film un piccolo gioiello d'estetica e chi ci vede solo un rimaneggiamento di "Jules e Jime" di Truffaut; dal canto mio trovo alquanto approssimativo commentare in questa chiave quest'ultimo film, il più ambiguo dell'Allen dell'ultimo periodo.
A chiunque mi venga a dire che il Woody Allen dell'ultimo periodo è calato, o, addirittura, che si è rovinato, mi viene spontaneo ridere in faccia; è stato così con molti miei amici "cinefili", e sarebbe stato così col mio professore di cinema dell'anno scorso...ma in quel caso ero in una classe e, a dirla tutta, mi sono anche sentito piuttosto irritato.
Io mi schiero con quelli che ancora supportano il genio New Yorkese, anzi, in questi ultimi anni non ha fatto altro che confermarmi l'idea che sia uno dei registi più importanti (oltre che più prolifici) del cinema d'autore americano (soprattutto considerando che ormai siamo in un'era in cui il cinema d'autore americano non è esattamente pullulante di nomi). Woody Allen non fa più commedie da un po', da "Scoop", un buon film che però non è piaciuto a molti, certo ne ha fatti di ben altro calibro; piuttosto si è dato al noir, ha reso il suo cinema ancor più abbondantemente europeo di quanto già non fosse e, addirittura, ha abbandonato New York per più di un film, fino a giungere in Spagna.
Questi ultimi film di Allen, in particolare mi riferisco a "Match Point", "Cassandra's Dream" e quest'ultimo "Vicky Cristina Barcelona" (possiamo considerare "Scoop" come l'altra faccia, abilmente costruita, di "Match Point"? ...A mio avviso sì...), non sono film d'intrattenimento; sono girati con una perizia visiva fuori dal comune, come al solito le città prendono vita, diventano parte del film, le atmosfere che ne escono fuori sembrano affreschi, accompagnano lo spettatore dentro vicende che, però, finiscono spesso per lasciarlo disorientato, un po' perchè i nomi che il regista sta usando tendono ad attirare anche un pubblico che non è esattamente abituato a questo genere di film, un po' perchè queste ultime opere sono degli autentici manifesti filosofici le cui idee di fondo pongono lo svolgersi degli eventi sotto diversa luce.
In "Match Point" troviamo un tentativo d'integrazione in un certo tipo di ambiente, quello della londra ricca e dabbene (simbolo che ricopre il ruolo di società in senso più esteso), tentativo coronato da un delitto, un omicidio che sortirà il suo effetto lasciando integrare completamente il protagonista.
Il film prepara dunque gli spettatori a quelle che saranno le nuove tematiche, va a riflettere sull'influenza che ha la società sull'uomo nella costruzione di valori inventati, che sono stati poi assunti per assoluti, ma che finiscono con l'essere aggirabili, vedendo anche il protagonista premiato da una buona dose di fortuna.
In "Cassandra's Dream"("Sogni e Delitti", come traduzione, proprio non mi è andata giù), che al momento rimane il mio preferito tra i tre, la riflessione va sempre a parare sul rapporto uomo-società, sfociando in un discorso superomistico, mettendo in luce ancora una volta la falsità di certi valori imposti, andando a smascherarli, affiancandoli a valori "genuini", in quanto propri dei protagonisti e non imposti dall'esterno come realtà assolute. Lo scontro tra questi due sistemi di valori, o, se vogliamo ricondurre il tutto a termini Nietzscheiani, lo scontro tra volontà di potenza e codice di valori non trasmutati, porta, esattamente all'esito contrario di Match Point, all'annientamento dei protagonisti.
"Vicky Cristina Barcelona" durata: 96 min. genere: Commedia, Drammatico anno: 2008 paese: USA\Spagna regia&sceneggiatura: Woody Allen cast: Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Rebecca Hall, Javier Bardem, Patricia Clarkson, Chris Messina, Kevin Dunn.
Giungiamo così' a "Vicky Cristina Barcelona":
La trama del film è semplice, una coppia di amiche dalle personalità antitetiche vanno in vacanza a Barcellona, dove si innamorano entrambe di un pittore spagnolo, una delle due amiche, la più "posata", rinuncerà a questa follia in quanto in procinto di sposarsi, l'altra finirà a convivere per un periodo con il pittore e la sua ex moglie, un'altra pittrice, completamente fuori di testa, in preda a continui e vistosissimi balzi d'umori con accessi violenti; instaurando una relazione bisessuale con entrambi.
Il film è diviso in due fasi, nella fase iniziale ci viene presentato il primo triancolo: Vicky (Rebecca Hall), Cristina (Scarlett Johansson) e Juan Antonio (Javier Bardem); il pittore è attirato da entrambe le donne, Vicky inizialmente lo rifiuta irritata...lei donna precisa, lei che sa cosa vuole, in procinto di sposarsi, non ha tempo da perdere con un pittore che sfodera clichè di bassa lega per ottenere un'orgia. Cristina, d'animo più artistico, libero, con un atteggiamento quasi da figlia dei fiori, è da subito attirata dall'uomo...sfortunatamente si sente male, dando modo a Vicky di cambiare idea per una notte.
Alla finedi questa prima parte Vicky viene raggiunta dal futuro marito a Barcellona e la sua vicenda va a separarsi da quella dell'amica, che invece rimane con Juan Antonio e si trasferisce da lui, un bel giorno si unisce a loro Maria Elena (Penelope Cruz), ex moglie di Juan Antonio; eccoci dunque giunti al secondo triangolo, che vuole un trionfo della sessualità dei tre, con sporadiche scene di baci saffici e rapporti a 3 appena introdotti.
Chiaro che in finale Cristina si troverà a disagio, scoprirà di non essere la libera pensatrice che credeva di essere, presa dal rifiuto per la cosa, abbandona i 2, che inevitabilmente ritornano a scannarsi. Vicky, al contrario, scoprirà di non essere la donna inquadrata che credeva, ma di avere una vena più passionale del previsto.
Già a questo primo, superficiale, livello di lettura, ancora una volta Allen gioca sul rapporto uomo-società, su ciò che la società ci offre come scelte, su ciò che decidiamo di essere rispetto alla società.
Inevitabilmente le due protagoniste si riscoprono completamente opposte a quanto credevano di essere, la "ribelle" ha in realtà radicati in sè i principi fondamentali della società occidentale monogama, cosa che la sconvolge, la "precisa" si scopre un po' puttana (e concedetemela una licenza poetica ogni tanto!), proprio nel momento in cui finisce fatidicamente in pasto alla grande, distruttrice (questo l'ho aggiunto io per pure vezzo) istituzione che è il matrimonio.
Ma questo è veramente un livello di lettura superficiale, andando più a fondo, soffermandoci sulla forma e la storia, dovremmo renderci conto di una cosa fondamentalmente:
Le inquadrature sono stupende, il paesaggio prende vita, le attrici sono meravigliose, l'attore da vita ad un personaggio romanzesco, ma riesce ad inquadrarlo nel contesto nonostante gli eccessi...e di eccessi ce ne sono davvero tanti, a partire dalla voce fuori campo...
E' già perchè il film è accompagnato dall'inizio alla fine da una voce fuori campo che detta il ritmo della vicenda, che ha molto da dire nel presentare i personaggi, diminuendo poi il numero delle sue battute rispetto alla narrazione effettiva della storia, andando comodamente a nascondersi tra le pieghe del film, ma ricomparendo di quando in quando, a ricordarci di lei.
Quello che volevo arrivare a dire è:
il film è straniato e straniante...e con questo non intendo arrivare ad affermazioni del tipo "se Brecht avesse dovuto girare un film lo avrebbe girato così", ma voglio solo cominciare ad introdurre dentro questo secondo livello di lettura...quello della valutazione della vicenda di per sè.
Ciò che realmente accade in "Vicky Cristina Barcellona" è...NIENTE; si potrebbe quasi considerare il film come una decrizione di una lunga vacanza estiva; e sembra davvero di trovarsi davanti ad un quadro, la fotografia curatissima, i personaggi pittoreschi, i paesaggi e le ambientazioni in generale, questo film è pervaso da un'evidente poetica estetizzante; ci accompagna di scena in scena, di situazione in situazione, ma di concreto avviene ben poco, risvolti drammatici veramente degni di essere chiamati tali non ce ne sono, ci si limita a perdersi tra queste atmosfere spagnole trasognate e seguire una vicenda che finirà col non portarci da nessuna parte.
Sì perchè alla fine è questo che succede: "Vicky Cristina Barcellona" non porta da nessuna parte, in certi momenti sembra quasi girare a vuoto, ruota attorno a due triangoli che in sostanza non generano conflitti se non interiori, e alla fine porta la situazione a riequilibrarsi, a tornare esattamente al punto di partenza, come se nulla fosse avvenuto, come fosse stata (come in effetti è, per come è posta) tutta una lunga avventura estiva che, in fin dei conti, forse ha portato le protagoniste a porsi nuove domande, ma di certo niente di più.
La domanda che a questo punto può venir spontanea è: "Perchè? Perchè far perdere lo spettatore tra le spire di questo lungo volo pindarico cinematografico?", ma avendo seguito il film con attenzione, sarà nel momento stesso in cui ci si porrà la domanda che ci ritornerà alla mente, fulminea e fulminante (o almeno...per me è stato così) la risposta che Woody Allen ha lasciato lì, abbandonata in una singola battuta, persa nella sceneggiatura (se non fosse per il fatto che probabilmente quella è l'unica frase riflessiva detta in tutto il film, l'unica non collegata direttamente con le azioni dei personaggi) pronunciata, nella prima parte, da Juan Antonio:
"[...] the trick is to enjoy life, accepting it has No Meaning [...]"
("[...] il trucco è godersi la vita, accettando che non abbia alcun significato [...]")
Hanno definito "Vicky Cristina Barcelona" come il più sensuale dei film di Woody Allen, e sicuramente è così, esteticamente estremo, a cavallo tra pittura e poesia, con il sesso come filo conduttore, futilità fra le futilità nella più grande delle futilità che è rappresentata dalla vita...a questo punto potrei andare avanti per ore a cercare di estrapolare al meglio questo concetto...ad analizzare come questa pellicola riesca effettivamente a trasmettere dando l'impressione di girare a vuoto, ma senza mai lasciar cadere l'attenzione dello spettatore...ma sono certo che già dal "no-meaning" non fosse necessario aggiungere altro.
Questo film non è "Jules e Jim", è piuttosto un concentrato "oltre-nichilista" ed edonistico, esteticamente quasi eccessivo ma completamente appagante, che vede il più profondo dei suoi significati proprio nella sua estetica, tanto da farla arrivare quasi a coincidere con la trama stessa.
In altri termini: un'altra perla.
Lunga assenza dal blog finalmente giunta al termine, posso riprendere a viaggiare senza meta; avevo quasi finito l'articolo che sto riscrivendo, era lungo, bello e dettagliato, ma un clic sbagliato ha portato tutto alla cancellazione, devo decidermi a scrivere con open office e a ricopiare su splinder...comunque...lo riscriverò...via!
Anzitutto c'era una piccola introduzione che voleva portare l'attenzione del visitatore sull'eliminazione della voce "Moviez" dalla colonna qui accanto (era una lista che non avrei mai finito di compilare, oltre che essere piuttosto inutile) in favore della nuovissima "Vetrina", una raccolta di stimoli selezionati ogni circa 2 settimane, per ora divisa tra Audio-Video-Scritti, ma stavo pensando di ampliarla.
Perchè avevo scritto quest'introduzione? semplicemente per portare l'attenzione sul primo articolo in vetrina: "Libro Audio", un disco degli Uochi Toki.
Uochi Toki (sommariamente):
Trattasi di un duo - questi infatti sono Rico (alle basi) e Napo (ai testi) - nonchè di una realtà che esiste da molto tempo prima che se ne iniziasse a parlare; quando ho iniziato ad ascoltarli facevo fatica a trovare informazioni sul loro conto, ora hanno persino una pagina su wikipedia (piuttosto sommaria).
Hanno iniziato come Laze Biose nel 2001 con il disco "Scusate, Secondo Voi il Dentifricio Costituisce Ancora uno Status Symbol?", tra 2002 e 2003 hanno poi sfornato, come Uochi Toki, "Vocapatch", un disco di 31 tracce, seguito nel 2004 dal mastodontico "Uochi Toki" , contenente la bellezza di 81 tracce, alcune di pochi secondi riempiti di rumori e grida.
Nel 2005 l'ep "Equinoz" anticipa l'uscita del disco "Laze Biose"; nel 2007 i due, in collaborazione con l'Eterea Postbong Band, hanno realizzato il bellissimo "La Chiave del 20".
Il 2008\2009 è una buona annata per i due, prima Napo collabora con gli Useless Wooden Toys nel loro brano "Carenza di Basso" sfoderando una metrica completamente fuori dai suoi canoni, poi arriva febbraio 2009, ed è finalmente l'anno di "Libro Audio", dove troviamo nuovamente solo gli Uochi Toki e ci rendiamo conto - non mi spaventa dirlo in quanto lo trovo un dato di fatto indiscutibile - rappresenta, per ora, la vetta del gruppo, la raggiunta maturità.
A questo punto parlavo sommariamente del genere musicale intrapreso dai due: eh sì perchè voi qui di lato potete leggere "Rap Sperimentale" ma che diavolo vuol dire?
Napo e Rico sono senz'altro legati entrambi dalla ricerca dell'astrazione, la loro musica, a livello di basi, è passata negli anni dal fastidioso al più accomodante, ma mantenendo lo stesso regima stilistico: questo è rumorismo elettronico; in altre parole qui la musica in senso stretto è tenuta da parte in favore di suoni di sintetizzatori e sample distorti, che non sempre seguono una precisa partitura ritmica (specie andando indietro con gli anni) ma che puntano ad evocare; la filosofia di base di questo tipo di musica è il perdersi tra rumori sempre nuovi, più o meno duri e graffianti, alla ricerca dell'assoluto ("[...]Lo percepisco quando ascolto\ dentro e intorno\ sintetizzatori hardware o software\ generano immagini\ matematiche come le equazioni da cui provengono[...]"; "[...]Quando ascolto certi pezzi di elettronica\ vedo flatlandia, uccido il Buddha[...]").
Passando ai testi, Napo rappa - anche se molti mc milanesi, persi ormai nella loro scimmiottante imitazione di quello che vedono arrivare dall'america su mtv italia, che rappresenta il peggio di quanto c'è attualmente sul ben più vasto e interessante mercato americano, negherebbero quest'evidenza 'accusandolo' piuttosto di "parlare" - in una maniera senz'altro molto particolare, che si è però ben evoluta negli anni, passando da metriche quasi sciolte, che andavano a creare "disegni ritmici" lì dove le basi non ne avevano, fino ad arrivare a strofe, pur sempre lunghe, pur sempre dilatate, spesso messe in un metro quasi sciolto , ma più variegate tra di loro (cosa che è stata permessa anche da un progressivo acquisimento di ritmicità da parte delle basi).
"Libro Audio":
A questo punto arrivavo al disco e cominciavo a parlare più nello specifico: "Libro Audio" è un concept album che, come introducevo prima, rappresenta un viaggio verso l'astrazione più assoluta cui i due puntano (viaggio testimoniato sin dalla copertina, dove la scritta Libro Audio, è ripetuta in colonna fino a quando i caratteri si fondono tra loro, perdono il suo significato semiotico in favore di quello puramente astratto della rappresentazione).
Le basi sono sempre rumoriste (nonostante qui e lì spunti un sample di piano) ma hanno un'impostazione ritmica meglio definita; a livello di testi, se prima gli uochi toki volevano avere un impatto più divertito e divertente, quasi comico, anche nell'esporre concetti duri, filosofici, caratterizzati da quello che viene catalogato come cinismo, forte lucidità e da ciò che il buon Nietzsche avrebbe definito superamento del nichilismo (seppur a partire da una base piuttosto nichilista) - basti pensare a pezzi come "Le Metafore", "Le Ragazze", "I Fonici", "L'Estetica", "Il Primo Semestre" ,"Il Secondo Semestre" ,"I Gesti di Cattiveria" o "Le Armi" per ritrovarci catapultati in un universo al contempo serio e goliardico (sì, mi piace usare termini di questo stampo! Penso che mi premierò con un caffè) - adesso Napo sembra aver completamente abbandonato quella vena 'ridanciana' (oh sì!), in favore di un argomentare ben più incazzato e duro nell'esporre le sue tesi e nel mandare letteralmente a farsi fottere la stupidità delle masse e quella delle nicchie, scagliandosi apertamente contro fanatismi politici di qualsiasi tipo, stupidi (nonchè necessariamente falsi) idealismi e così via, in un disco all'insegna di storie che, più o meno verosimili che siano, sono pienamente umane, all'insegna del relativismo assoluto.
Il disco muove dalla convinzione che il rap sia una nuova forma di letteraura (affermazione con la quale sono solo parzialmente daccordo), non a caso ci si trova effettivamente davanti ad un libro, accompagnato da rumori che caratterizzano le vicende. "Libro Audio" è diviso in 12 tracce per 12 personalità ed ha uno schema argomentativo\stilistico chiastico (il chiasmo è raffigurato anche nella tracklist contenuta nel booklet, tutto illustrato dallo stesso Napo, che è anche disegnatore, sotto il nome di Lapis Niger); la prima metà del disco vede Napo come cantastorie di vicende personali o di gente a lui vicina, persone reali o realistiche, vicende concrete sulle quali il rapper specula ad alti livelli, accompagnato da basi più canoniche del solito, a tratti quasi hip hop (sarebbe meglio dire "accessibili ad un orecchio vincolato ai limit dell'hip hop); la traccia numero 6, dalla durata totale di 9.39, è la chiave di volta del disco, è divisa in 2 parti "L'Osservatore" e "L'Osservatore1", a metà traccia Napo sentenzia il cambio radicale di "regia" annunciando: "Comincio a vedere cose che non esistono"; da qui in avanti i personaggi e le situazioni diventeranno sempre più astratte, mischiando reale, onirico e allucinato. Anche a livello di suoni abbiamo qui una transizione, la traccia inizia con una batteria che sembra vera, se non fosse per le drillate che ci avvisano che non è che una batteria sintetizzata, e che tutto sta per cambiare; dopo l'affermazione di napo la base si butta su suoni più esplicitamente sintetizzati, cominciando lentamente a scomporre la batteria, a rallentarla, a deformarle, fino a snaturare la natura iniziale del beat.
Questo processo andrà avanti fino alla traccia numero 12, i personaggi si faranno sempre più inverosimili, le riflessioni sempre più astratte, le basi sempre più rumorose (ma stavolta mantenendosi su un livello di seguibilità decisamente superiore a quello cui ci avevano abituato) fino a giungere a "la bestia", il più astratto dei personaggi, il più breve dei testi, con un lungo epilogo firmato Rico, che ci accompagna verso la fine con una base aggressiva, che vuole essere l'apice dell'astrazione musicale delle tracce.
Non voglio anticipare null'altro dell'opera, mi limito ad esprimere il profondo piacere che ho provato nell'ascoltarla, Napo riesce a farmi andar giù anche un tipo di rumorismo a cui non sono abituato (non sono mai stato il tipo da elettronica rumorista pesante, il mio concetto di rumorismo è più che altro legato quello del Tom Waits di "Swordfishtrombones"!), complice anche l'affinità d'idee che mi lega al gruppo, li ritengo una delle realtà più interessanti attualmente attive in Italia.
Per quanto mi riguarda, al momento, questo è il capolavoro del gruppo, un disco da avere...vedremo cosa ci riserveranno in futuro...
Link:
Sul loro Myspace è attualmente possibile ascoltare "Il Ladro" e "Il Nonno, Il Bisnonno", dalle quali vi sarà possibile iniziare a farvi un'idea più concreta di cos'è questo disco: http://www.myspace.com/uochitoki
Tracklist:
01 - Il Cinico
02 - I Mangiatori di patate
03 - Il nonno, Il Bisnonno
04 - Il Ballerino
05 - Il Non-Illuminato
06 - L'osservatore\L'Osservatore1
07 - Il Ladro
08 - Il piromane
09 - Il Claustrofilo
10 - lo Spadaccino
11 - Il Necromante
12 - La Bestia
Mi piacerebbe vedere più spesso il rap applicato a contesti che gli sono stati tenuti lontani per troppo tempo, e devo dire che ultimamente anche l'Italia mi sta fornendo del materiale interessante...prima "Di Vizi di Forma Virtù", ora "Libro Audio"...ma non nascondo comunque un certo timore rispetto al futuro...
Ok...priviamoci per un attimo dei concetti di tempo e spazio...questo significa che immaginerete quanto segue...mmm...bhè...probabilmente su sfondo nero...perchè di solito si usa il nero per approssimare e contenere l'infinito nella propria testa...poi vedete un po' voi (che è un po' come dire che vedo un po' io, o magari che vede un po' quello che sta leggendo...ma questo lo potreste capire solo finito di leggere, e non ci giurerei!).
Dunque dicevamo...privatevi dei concetti di tempo e spazio, quindi annullate l'idea di posto e l'idea di quando e....via!
"C'è" una "racchetta da ping pong" che "colpisce" una "pallina"; davanti a "lei" "vede" un'altra "racchetta da ping pong" che "risponde" "colpendo" la "pallina"
MA
"C'è" un "orso" che "balla" ed "è" "convinto" di "vedere" un altro "orso" "guardarlo" "ammiccando".
Ora riflettete.
Prendetevi pure tutto il tempo necessario.
Bene...
Se effettivamente ci siete arrivati, benvenuti nell'assoluto, evitate di chiamarlo "dio" perchè è molto più grande e meno limitato dell'immagine legata a quelle 3 lettere. E' una condizione e non una condizionante; una condizione che non ammette condizionanti, ma solo condizionati.
La risposta ai vostri dilemmi metafisici è dunque questa, ed è anche piuttosto semplice. Siete stati tratti in inganno dalla confusione generata tra l'entità "fatto" e l'entità "ipotesi".
Bene...
A questo punto possiamo divagare in maniera più divertente e divertita...
Notate quali parole poste nel postulato non necissitino virgolette...non trovate che sia straordinariamente ironico?
E ora lasciamo spazio a una più triste considerazione...
Notate come le metafore, figure retoriche, non siano altro che il miglior modo per rendere l'assoluto...ma come per farlo non possano fare a meno di involgarirlo, impoveririlo, rischiare di lasciarlo lì, irraggiungibile...tutto questo solo perchè l'idea di un cervello finito non può generare l'idea d'infinito, ma l'idea d'impulso elettrico può far sì che lo si sperimenti e lo si senta nello stomaco, non a caso definito sede del "cervello viscerale"...
uh...che prigionia frustrante...
Sono qui di passaggio..per un intervento anomalo rispetto al solito...
Questo è dedicato a tutti coloro che si trovano a cercare spartiti in internet: è stato recentemente portato alla mia attenzione questo sito: www.pianofiles.com
Qui è possibile, una volta registrati, compilare un elenco (solo scritto) di spartiti e tablature di cui si dispone per poi procedere per scambi. A dirla tutta per il momento io non ho avuto modo di fare scambi veri e propri, nonostante ciò però sono riuscito a farmi mandare un paio di nuovi spartiti; è un modo rapido ed efficace per avere spartiti solitamente buoni (o, nel peggiore dei casi, dignitosi!).
Ci si trova abbastanza di tutto ed è molto più funzionale dei vari siti di download per Guitar Pro (soprattutto non è limitato alla chitarra!).
(già che ci sono segnalo che www.pianophilia.com è un altro sito simile...ma per questo non so come garantire visto che misono registrato giusto oggi e ancora non ho avuto modo di provarlo)
"Yes Man" durata: 102 min. paese: USA anno: 2008 genere: commedia regia: Peyton Reed sceneggiatura: Nicholas Stoller, Jarrad Paul, Andrew Mogel, Danny Wallace(book) cast: Jim Carrey, Zoey Deschanel, Bradley Cooper, John Michael Higgins, Rhys Derby, Danny Masterson, Fionnula Flanagan, Terence Stamp, Sasha Alexander, Molly Sims, Brent Briscoe, John Cothran Jr., Spencer Garrett, Sean O'Bryan, Rocky Carroll, Patrick Labyorteaux.
Jim Carrey è sempre lui...è sempre quel grande attore che si presta in continuazione a parti mediocri per film banali, sollevando il livello di molti film (seppur sotto solo un aspetto, giacchè un attore, a parer mio, è difficile salvi un intero film) ma riinviando pericolosamente il giorno in cui si lancerà in una qualche pellicola "definitiva", una di quelle a 5 stelle!
Certo lo abbiamo potuto apprezzare in svariati film di buon livello, da "The Truman Show" a "The Man on the Moon", ma credo non sia ancora abbastanza.
Comunque è pur sempre vero che è l'unico attore che riesce a farmi scomodare per andare a vedere commedie che di loro non avrebbero nè infamia nè lode; questo è il caso di "Yes Man".
La trama è semplicissima, un uomo incastrato nella sua vita, col disgusto per se stesso (un uomo in cui lo spettatore "x" possa riconoscesi insomma, me incluso!) incontra un gruppo di fanatici e diventa il seguace di una filosofia di vita di uno dei tanti "Life Trainer" che fanno soldi facili negli states.
La filosofia proposta è "dite di sì alla vita, siate degli yes man!", da qui in avanti il personaggio decide di dire sì ad ogni evento gli si pari davanti, completamente suggestionato, al punto di credere che dire "no" lo porterebbe alla catastrofe.
Da qui nasce la storia d'amore utilizzata per riequilibrare il tipo di messaggio lanciato dal santone e per darci l'insegnamento che il creatore aveva in mente: "cogliete l'attimo, la vita è breve, non lasciatevi sfuggire neanche un minuto".
Essendo questa la trama credo non ci voglia un genio per capire che l film si può tranquillamente caratterizzare come una commedia banale, che più banale non si può.
Ma...c'è sempre un ma!
Oltre a Carrey, che, come ho già detto, mi ha spinto a voler vedere questo film, c'è da dire che ci sono un certo numero di belle trovate; dalle attività, chiamiamole "peculiari", della protagonista femminile del film, a come questa scelta di vita influenzi il lavoro del protagonista...a dirla tutta qui si intravede anche una possibilità sprecata!
Il protagonista lavora infatti in una banca, dal giorno in cui comincia a dire di sì a qualsiasi cosa, si trova a concedere prestiti per cifre minime, per gente ed attività comuni, tutto ciò finirà addirittura col risollevare le sorti della banca. Probabilmente se il film si fosse concesso di spostare l'attenzione un po' più sulla vicenda dei "micro-crediti", qui avrebbe trovato uno spunto per una pellicola dello stesso genere, ma più fresca, più originale, che sapesse meno di "già sentito" (neanche troppo....ma sarebbe stato un passo avanti).
Perchè il problema principale di questi film è quello...prese le capacità di Jim Carrey come attore e ridotte a una parte modesta che gli permetta di sfoggiare un po' della sua mitica mimica facciale (ormai vista e rivista, la stessa che in passato a portato a chiamarlo "il nuovo Jerry Lewis"), la storia si sviluppa a cavallo tra la slapstick comedy e la commedia educativa, quello che ne esce è un miscuglio di scene già viste, frasi già sentite, argomenti già tratti, con qualche scena funzionale e divertente che per fortuna riesce a far fare qualche risata salvando il film dall'essere un disastro.
Certo è che se la parte fosse stata affidata, come inizialmente era stato deciso, a Jack Black, il film sarebbe risultato un completo fallimento!
In finale non c'è molto da dire su "Yes Man" se non che è una commedia senza pretese, un po' "Bugiardo, Bugiardo", un po' "Amore a Prima Svista", un po' "Click.". Di quelle pellicole che si sforzano a tenere basso il tiro, ma che riescono a raggiungere qualche piccola vetta di comicità che lascia ad intendere un "ok, avremmo potuto fare qualcosa di meglio" di fondo.Comunque, essendo queste, in fin dei conti, le premesse con le quali si va a vedere il film, non si può certo dire che la pellicola 'deluda' più di tanto, anzi, come ogni volta in cui ci mette piede Jim Carrey, e come ho già avuto modo di dire, riesce a strappare i suoi bravi sorrisi.
Buona per passare un pomeriggio.
Rimango decisamente più curioso di sapere cosa ne sarà di "I Love You, Philip Morris"!
Tornando su 2 attori dei quali mi è capitato di parlare nell'ultimo intervento, ma solo in relazione ad un film (e l'intervento era decisamente più incentrato sulle doti di Kenneth Branagh che non sulle loro), vi lascio qui di seguito uno sketch tratto dal loro mitico show inglese andato in onda dal 1989 al 1995: "A Bit of Fry and Laurie" (periodo durante il quale i due andavano in onda anche nel telefilm "Jeeves and Wooster", tratto dai romanzi comici di P. D. Wodehouse; purtroppo, ma anche comprensibilmente vista la natura prettamente britannica della loro comicità, nessuno dei due show è mai arrivato in italia...ma, con qualche sforzo, sto riuscendo a reperirli lentamente entrambi).
Credo che nessuno avrà problemi a capire cosa parodizza questo sketch...
Kenneth Branagh è stato (ed è) senz'altro una delle figure più influenti per il sottoscritto; è stato uno dei primi attori cui mi sono avvicinato nei miei primi anni di vita,il primo ad avermi 'raccontato' Shakespeare, il primo attore "non da copertina" che ho imparato a conoscere.
Attualmente continuo a ritenerlo una delle figure più sottovalutate del cinema moderno, anche se, forse, l'essere celebrato solo in ambienti più "di nicchia" non sia stato un male per lui. Probabilmente è proprio grazie a questa sua popolarità priva di eccessivi fanatismi che si è sempre riuscito a muovere indisturbato nel mondo dello spettacolo, ultimo (e a suo modo 'unico') ad essere riuscito a portare Shakespeare al cinema e a ricontestualizzare ogni sua opera in periodi storici diversi, per dimostrare quanto ogni operda del "bardo" sia senza tempo.
Ma non sono qui per parlare di uno dei suoi film basati sul teatro shakespeariano, volevo piuttosto spostare l'attenzione su un film che ho avuto modo di vedere solo di recente: "Gli Amici di Peter".
"Gli Amici di Peter" ("Peter's Friends") paese: UK durata: 101 min. anno: 1992 genere: commedia\drammatico regia: Kenneth Branagh sceneggiatura: Martin Bergman, Rita Rudner cast: Kennet Branagh, Emma Thompson, Stephen Fry, Hugh Laurie, Alphonsia Emmanuel, Imelda Staunton, Phillyda Law, Rita Rudner, Tony Slattery, Alex Lowe
Per riassumere la trama:
Un gruppo di 6 amici che condividevano la passione per teatro e cabaret all'epoca del college, si ritrova dopo dieci anni, in occasione del capodanno 1992 (in italia, essendo il film arrivato con 2 anni di ritardo, la data fu trasformata in 1994), in una grande casa andata in eredità ad uno di loro, Peter, a seguito della morte del padre. Durante questi tre giorni ci saranno scontri, tensioni e discussioni di varia natura, fino a quando si verrà a sapere il motivo della rimpatriata.
Certamente non siamo di fronte ad un film immediatamente classificabile durante la visione; l'opera è evidentemente divisa in due parti: parte come commedia, dinamica e frizzante, ma da subito si respira quell'atmosfera di serietà e quell'aria di morte che caratterizzano la seconda parte. I protagonisti sono la generazione cresciuta negli anni '80, partita con grandi ambizioni, purezza d'intenti, amore per l'arte, e finita incastrata in vite approssimativamente simili a quelle che avrebbero desiderato, frustrati, soli, mai cambiati, mai cresciuti (d'altronde, come è lo stesso Branagh a dire nel film: "un adulto è solo un bambino con un impiego").
I fallimenti e i rancori verranno messi in disparte di fronte alla rivelazione finale e il film si concluderà con la situazione iniziale sostanzialmente rimasta invariata, ma con un ultimo augurio di buon anno e un festeggiamento che, certo, non risolveranno nulla, perchè le cose non si mettono mai "a posto", ma aiuteranno a sopportare il tempo che se ne va.
Anche in questo caso Branagh mette su un cast formidabile e lo dirige egregiamente, creando l'ennesima miscela tra cinema e teatro (sono convinto che quest'uomo riuscirebbe a trasformare in teatro anche il peggior prodotto hollywoodiano privo di idee e basato sugli effetti speciali...insomma ricaverebbe dello shakesperiano anche dai transformers!), non per niente il cast è costituito principalmente da teatranti e l'"impianto" della commedia è molto più teatrale ceh cinematografico. Emma Thompson (che all'epoca era "la solita compagna" del regista) da del suo meglio, così come Stephen Fry (ovvero il Peter del titolo); già ho fatto tante lodi a Kenneth Branagh dall'inizio del post a questa parte, ma non posso omettere certo il suo contributo recitativo nella parte di un personaggio ambiguo e affascinante.
Durante tutta l'opera, ogni tensione tra i personaggi sembra appianarsi solo davanti al gesto artistico, ovvero solo quando i 6 amici si riuniscono intorno allo strumento musicale di turno, a riesumare qualcuno dei loro vecchi numeri; in funzione di ciò l'altro personaggio fondamentale è quello di Hugh Laurie (che i più profani ricorderanno solo come "il dottor house") quasi sempre dietro un pianoforte o con in braccio una chitarra.
Questi sono i personaggi chiave che fanno da perno a tutto il film; non vanno comunque dimenticati Rita Rudner, co-autrice dell'eccellente sceneggiatura, che interpreta una nevrotica e ossessiva attrice di sit-com ex alcolista; Phillyda Law, la governante, sguardo saggio, distaccato e amareggiato sul gruppo di amici (nonchè, nella realtà, madre di Emma Thompson); Imelda Staunton, che interpreta la compagna di Roger Charleston (Hugh Laurie), madre ossessiva a seguito della morte di uno dei due figli; e, per finire, Alphonsia Emmanuel nei panni di una ninfomane mangiaumini insicura di ciò che vuole, e Tony Slattery, il suo amante di turno, più una figura grottesca che un personaggio funzionale ai fini del film.La domanda che sorge spontanea alla fine è "cos'è questo film?", uno sguardo acido su tutta una generazione e su quelle a seguire? Uno spaccato di realtà sul mondo dello spettacolo? Un film su come nella vita si finisca, il più delle volte, a patteggiare con quelle che erano le proprie ambizioni? Una serie di considerazioni tristi e malignamente divertenti sul fallimento? Uno sguardo mortifero su quanto crescere sia mortificante e vivere sia frustrante? Un film sull'amicizia vera e non idealizzata? O forse una malinconica e divertita dichiarazione d'amore all'arte?
In finale suppongo sia un po' tutte queste cose...
Aprirò la serie di post dell'anno con una piccola riflessione sul film "Il Terzo Uomo" di Carol Reed.
"Il Terzo Uomo" ("The Third Man") - durata: 104 min. anno: 1949 genere: Noir paese: UK\USA regia: Carol Reed sceneggiatura: Graham Greene, Orson Welles cast: Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles, Trevor Howard, Bernard Lee, Wilfrid Hyde-White, Ernst Deutsch, Eric Ponto, Alexis Chesnakov
La trama di base di questo film, tratta dall'omonimo romanzo di Graham Greene, è davvero scarna: Vienna, secondo dopoguerra, Holly Martins, uno scrittore americano di romanzetti commerciali da quattro soldi si crea dei problemi quando decide di investigare sulla morte del un suo amico Harry Lime, morto, a quanto pare, in un incidente d'auto svoltosi in maniera ambigua. Investigando, Martins, conosce Anna Schmidt, ex ragazza di Lime, di cui si innamora, e il Maggiore Calloway, che indaga a sua volta sulle tracce del morto, sospettato di traffici di medicinali.
Si verrà a scoprire che il funerale era una farsa e che in realtà Lime era vivo e vegeto.
Come molti dei film in cui ha lavorato Orson Welles (a partire dalle sue opere maggiori), anche questo film svolge un'interessante riflessione sulla dicotomia bene-male e buoni-cattivi con la quale si distorce la visione dei fatti agli occhi dela gente.
Tutti i personaggi del film si "schierano" a seconda del loro ruolo: Calloway, ovviamente, rappresenta la polizia; Anna Schmidt rimane sempre e comunque dalla parte di Lime, anche davanti al torbido passato del suo uomo e alla sua simulazione di morte; non è importante che sia o meno daccordo con lui perchè sa di non poterlo abbandonare.
Harry Lime (che, per chi non lo sapesse, è proprio il persoanggio di Orson Welles) è di certo il personaggio più interessante del film, lotta per se stesso, squalo in un mondo di squali, perchè così gli piace.
La sua filosofia è riassunta nel suo celebre monologo contenente l'unica battuta scritta, appositamente per la parte, da Orson Welles (battuta citata anche nel post precedente):
"In Italia, per trent'anni, sotto i Borgia, ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine. Ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo Da Vinci e il Rinascimento.
In Svizzera non vi fu che amore fraterno, ma in 500 anni di quieto vivere e di pace, che cosa ne è venuto fuori? L'orologio a cucù".
A questo punto arriviamo a Holly Martins: l'uomo medio (e, non per niete, mediocre), confuso, combattuto sul da che parte stare; l'uomo che inizia la sua battaglia nel tentativo di riscattare il nome dell'amico che crede morto, fino a quando non scopre che questo suo amico è in realtà vivo, e che vende medicinali allungati con l'acqua causando innumerevoli morti, tutto questo per soldi.
Innanzi a questa realtà, in principio si distacca comunque dalla polizia, non volendo essere proprio lui a mettere il cappio attorno al collo di quello che credeva un amico; subito dopo accetta di fare da esca per catturarlo, ma solo per di aiutare Anna Schmidt, che la polizia russa vuole rimandare a casa; quando però Anna capisce cosa sta avvenendo decide di rimanere e mostra tutto il suo dissenso a Martins, sempre più confuso sul da farsi; in finale a Calloway - che ha capito molto bene con chi ha a che fare - basta far leva su alcuni punti semplicissimi, a partire dalla pietà, e per convincerlo a collaborare lo porta in un ospedale infantile. il culmine della vicenda di quest'uomo, torturato da una coscienza che non sa più bene a chi dar retta, arriva alla fine del lunghissimo e strepitoso inseguimento tra le fognature di Vienna, quando Lime verrà ferito, lasciandosi quindi uccidere dall'amico, a seguito di uno sguardo d'intesa profonda.
In altra parole la storia sfocia in un omicidio meccanico, privo di rabbia, privo di senso.
Nella sequenza finale, al funerale dell'amico, Martins tenterà anche di riconciliarsi con Anna Schmidt, della quale è ormai innamorato, venendo però completamente ignorato da quest'ultima.
E' proprio qui che si trova la sfumatura finale che il regista ha voluto dare al film: nel libro da cui è tratto, infatti, troviamo un lieto fine, la "vittoria" del protagonista; nel film, invece, Reed ha voluto privare di gloria il suo protagonista, che esce dalla vicenda come uno stupido che non ha fatto altro che uccidere un suo amico per degli ideali di cui non poteva neanche essere troppo sicuro.
Ancora una volta troviamo un personaggio che rappresenta l'uomo perso tra le contraddizioni dell'etica e della coscienza, un "servo" della società se vogliamo, schierato con tutti e con nessuno, senza un'idea precisa, che si ritrova ad uccidere il suo migliore amico in nome di valori altrui, e che non fa altro che venir sfruttato dall'inizio alla fine del film, prima da una parte, poi dall'altra, per giungere poi a non avere in mano niente se non disprezzo, e a essere attaccato dalla donna che ama, la quale non può accettare la sua fede cieca in valori approssimativi, a discapito di un suo amico.
Le discussioni tra questi due personaggi a partire dalla scoperta della vera natura delle attività di Lime, ruotano sempre attorno allo stesso punto, la naturale incapacità di mettere qualcosa di artificiale come i valori contro qualcosa di istintivo come i sentimenti, incapacità andata perduta nel protagonista.
Non è un caso il fatto che Martins sia il personaggio che è: scrittore di novelle per semi-analfabeti, narratore fermo alle vicende dei nobili eroi in lotta contro gli antagonisti di turno, il frutto puro dell'industrializzazione di qualsiasi arte, mai considerato come un artista, anzi, messo in luce come un ignorante, cresciuto con letteratura commerciale, andato a finire nella letteratura commerciale, senza neanche troppo successo.
Insomma il protagonista di questa storia è più che altro lo zimbello di questa storia, intento a combattere per una "bandiera" in cui neanche crede più di tanto, destinato a non porsi alcuna domanda all'infuori del "chi ha ragione e chi ha torto?" basandosi su criteri che non appartengono in realtà a nessuno.
Secondo alcuni Orson Welles avrebbe anche supervisionato tutta la tesissima scena di inseguimento nelle fogne, ma non è un dato accertato; certo è quanto Carol Reed si sia ispirato alle precedenti regie del suo attore protagonista, stilisticamente e contenutisticamente.
Il film è stato (in maniera piuttosto evidente) girato con una lente grandangolare volta a distorcere vagamente i tratti del profilmico, in più la telecamera si pone sempre su linee oblique, incrementando l'atmosfera già cupa di questo fantastico esempio di cinema noir portato ai massimi livelli; per usare le parole del regista:
"Ho girato la maggior parte del film con una lente frandangolare, che ha distorto gli edifici ed enfatizzato le strade acciottolate e bagnate.
E' costato un bell'impegno innaffiarle costantemente. Ma l'angolazione doveva appunto suggerire che stava succedendo qualcosa di "storto" ". Anche a quest'epoca il doppiaggio si prendeva abbondanti "licenze", in questo caso, ad esempio, permettendosi di togliere completamente la voce narrante introduttiva (che, nella versione inglese, è Reed, nell'americana, di Cotten), ma sarò sincero, quest'ultimo dato l'ho rubato, non esiste che mi veda questi film doppiati!
Celeberrimo anche il motivetto iniziale della sigla, suonato con la cetra da Anton Karas. VOTO: 4.5\5
In procinto di partire lascio qualche ultimo pensiero (stavolta altrui) a salvaguardare il blog...giusto quel paio di cose che mi hanno ossessionato (donandomi l'appagamento e la compagnia che mancano sempre) negli ultimi tempi, alle quali dunque devo molto...
La cosa strana è che in sole 3 righe di mio pugno ho scritto di me più di quanto di solito non scriva, ma non voglio diventi un abitudine.
Take Me to the Basement(Aesop Rock)
Take me to the basement
let me count the holes in your foundation
ancient ridicule system alert, kissing my lurk
the perch of rare grimace on iron mask
i remember science class
if chemistry could silence the lions laugh I'd be fine
(i fail tah) molindone up
adrenaline trades the leaves that walk the plank
before the crimson struck a match this season
meridian carpal will jolt your logic
when the burn earned its self normalcy for 20 plus
run a muck or sink, swims not an option
she applied the lipstick slow
slow enough for me to bask in
fast enough for me to wish it lasted
past my alarms cackling
the front line of its mystique's geek
doubled my proposals,bargains
for the ogers who prefer the roller coasters
(i prefer the roller coasters)
well that'll sip the blood of merry men
that'll grace holiday carols when the merry ends
barrel past the auto craft, exhale into final raft
and pirate your local rain puddle torturous
try to shake pilot fish off your dorsal fin
lets dive through the archives, synax on frantic planets
stamp it with a noteable brand to reek the profit
see i don't know hell but I've read about it often
sounds like a dope concept gone wrong
(note to caution)
Take Me to the basement
lets zoom into that war paint sensation
Take Me to the basement
lets dis-sable the cause rotation
sayin, if you choose to build or you'll die by the tools you build with
so make some noise for all your predecessors reppin dirty grill-age
Take Me to the basement
lets deny the nervous rooms of pacin
Take Me to the basement
lets review the hearts ramifications
sayin, if you choose to build or you'll die by the tools you build with
so make some noise for all your predecessors reppin sturdy grill-age
Take me to the basement
lets remove the costume you escaped in
hold up your legacies,I'll tell you which ones my favorite
hold up your elacerative innocence
I'll teach you about the perks of patience in seminar format
I've worn that hat for seven years
that's why its discolored,ragged and shitty
i ain't about to toss when its been through all these dream wars with me
I'm an undercover profit,thrift shop god
i rather starve then sit inside this gridlock till it parts
this tailor made rutiny ain't suitin me
it's tied around my neck like 13 loops rafter an apple box
heartless harvest of mine,I'm tired of pissin benediction
maybe it ain't healthy,but sometimes i rather burn then let you help me
it's getting brisk, brisk as fuck
my skin ain't thick enough ,these icicles ain't civil
how many freezer burn victims can one society on tilt manufacture
prior to hire,being intervening just to release last laughter
and every tree trunks made of third rails with tourniquet branches
and i learned to walk with an anchor in my back pocket
and man i read palms during even the most brief handshakes
and man i ain't alive to pull the weeds around the spotlit
well I'm wallowin, followin my little lost princess to the promise land
hollerin my potent slogan,hell if Nostradamus can
conquering these open roads with throttle pin to floor
cause I'm a win right after i finish these chores
Take Me to the basement
lets zoom into that war paint sensation
Take Me to the basement
lets dissable the cause rotation
sayin, if you choose to build or you'll die by the tools you build with
so make some noise for all your predecessors reppin sturdy grillage
Take Me to the basement
lets deny the nervous rooms of pacin
Take Me to the basement
lets review the hearts ramifications
sayin, if you choose to build or you'll die by the tools you build with
so make some noise for all your predecessors reppin sturdy grillage
Take Me to the basement
"In Italia, per trent'anni, sotto i Borgia, vi furono guerre, terrore, omicidi, carneficine; ma vennero fuoriMichelangelo, Leonardo Da Vinci e il rinascimento. In Svizzera non vi fu che amore fraterno, ma in 500 anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L'orologio a cucù."
-Orson Welles
"Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.
[...]La dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose.
Anche le cose più eccellenti del modo non valgono nulla se non trovano qualcuno che le rappresenti: grandi uomini sono chiamati dal popolo questi attori. Il popolo capisce poco ciò che è grande, cioè: la creazione. Ma esso ha comprensione per tutti gli attori e i commedianti delle grandi cause. Il mondo ruota attorno agli inventori di valori nuovi - invisibilmente esso ruota. Ma il popolo e la fama ruotano intorno ai commedianti: così va il mondo.
Il commediante ha spirito, ma poca coscienza dello spirito. Egli crede sempre a ciò che gli riesce di suscitare la fede più intensa - la fede in se stesso.
[...]una verità che si insinui solo in orecchie fini, la chiama menzogna e nullità. Certo, egli crede solo a dei che facciano gran fracasso nel mondo!
Il mercato è pieno di buffoni solenni, e il popolo esalta i suoi grandi uomini, questi sono per lui i padroni del momento. Ma il momento incalza, così essi ti incalzano: e anche da te pretendono un sì o un no [...] per via di questi assoluti e indiscreti, sii senza gelosia, tu che sei amante della verità! Mai la veriotà fu al fianco di un assoluto. [...] spossato io ti vedo da mosche velenose, sanguinosamente segnato in cento scalfitture; e il tuo orgoglio non vuole nemmeno andare in collera. [...]Bada però che non diventi la tua rovina, dover sopportare i loro torti velenosi.
Essi ti ronzano attorno anche con la lode: impertinenza è la loro lode. Essi vogliono la vicinanza della tua pelle e del tuo sangue.
[...] Spesso fanno anche gli amabili con te. Ma questa sempre stata l'intelligenza dei vili. Sì, i vili sono intelligenti!
Essi riflettono molto su di te nella loro anima angusta - tu sei sempre inquietante per loro! Tutto quanto è oggetto di molta riflessione, diventa inquietante.
[...]Anche se sei mite con loro, si sentono sempre disprezzati e ricambiano ogni tuo atto benefico con subdole cattiverie.
[...]Essi si sentono meschini di fronte a te, e la loro bassezza cova, ardente sotto la cener, una vendetta invisibile.
Quante volte sono ammutoliti al tuo apparire, e la loro forza li ha abbandonati come il fumo di un fuoco che si estingue: non l'hai notato?
Sì, amico mio, tu sei la cattiva coscienza dei tuoi prossimi: essi infatti non sono degni di te. Perciò ti odiano e vorrebbero succhiarti il sangue.
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande - proprio questo non può non renderli più che velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fugginella tua solitudine, là dove spira un'aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche.-
Così parlò Zarathustra."
(Friedrich Nietzsche - "Così Parlò Zarathustra" delle mosche del mercato)
Infine un saluto al maestro e profeta Asdrubale Molletta, re di facebook!...non che io ne faccia parte (sul serio) ma, di questi tempi, chi non conosce il signor molletta?!
(la foto non rappresenta il signore in questione, che ha ritenuto meglio ritenersi irrappresentabile per un po')
Non sono un tipo che segue più di tanto lo sport...questo non significa che non ne abbia praticato o che nessuno sport mi interessi (per la cronaca, sono più tipo da pallacanestro), ma semplicemente che non ci sto chiuso più di tanto...
Certo è che sin da piccolo non ho mai amato il calcio, quando l'italia ha vinto i mondiali qualche anno fa, non solo non ho visto la partita e non ho festeggiato (e ne sono più che fiero), ma ho trovato anche fastidioso il frastuono dei giorni a seguire, la cosa mi aveva tanto stancato che sono arrivato anche a sperare che l'aereo su cui viaggiavano gli 11 semi-analfabeti multimiliardari precipitasse (non che ci voglia niente affinchè io auguri la morte a qualcuno, anzi, si può dire che attualmente sia questo il mio sport)...
...
...
ah ma non è di questo che volevo parlare! Anzi, ultimamente ho anche quasi sanato l'ostile divario che si piantava tra me e il calcio, scoprendo che c'è una cosa del calcio che mi diverte: pes!
Ma non è neanche questo il punto...
...
...
Il punto è:
tutti voi avrete sentito parlare di questo cazzo di Kicko e, se non ne avete sentito parlare...allora vi chiedo di non arrivare fino in fondo perchè non vorrei fargli pubblicità (ma mi sento in dovere...subdoli bastardi!) ma devo insultare 'sta gente in qualche modo!
Comunque: l'iniziativa in questione consiste nel pubblicare video nei quali sono immortalate le proprie abilità calcistiche su questo...suppongo sia un sito...insomma su questo kicko.
Ora...io non so quanta gente lo abbia fatto e non mi interessa...so solo che per mesi questo tale dr. spongy - al quale auguro un ascesso (come minimo) - ha rotto il cazzo a tutta la comunità web (ergo a una mandria di rincoglioniti) con 'sto cazzo di video di 'sta cazzo d'amica sua che era stato censurato.
Il video rappresenta questa tizia che da l'illusione di spogliarsi in meno di 50 secondi...e in teoria servirebbe a pubblicizzare questo kicko.
Ora...se c'è una cosa che mi sta sul cazzo più della censura, è quando quest'ultima in realtà è pubblicità! Se youtube non avesse censurato questo video (che di censurabile non ha nulla, cosa che mi fa pensare che potrebbe anche essere stato lo stesso dr. spongy a farlo censurare...ma non è questo il punto) migliaia di pagine web si sarebbero risparmiate l'intervento di questo parassita e del suo piagnucolante
"non è giusto, youtube ha censurato questa mia amica, questo video non era da censura..." blablabla (tra l'altro con il video postato subito sotto...io 'sta censura l'ho sentit nominare solo a lui).
Ora pare che il video non sia più censurato e quindi migliaia di pagine web hanno l'intervento di questo tale che ringrazia perchè "evviva! ora è giusto! il video della mia maica non è più censurato" (e il video, ovviamente, è sempre sotto).
Il fatto che questo post sia potenziale pubblicità non mi interessa, soprattutto visto che tutti ormai hanno avuto modo di leggere e vedere questo video...solo che, ora come ora (e per i 3 minuti a venire), provo odio incondizionato nei confronti di questi poveri morti di fame che, incapaci di farsi venire buone idee per un video, ne hanno realizzato uno INSIGNIFICANTE e A CAZZO DI CANE, dopodichè hanno usato la parola "censura" per farsi pubblicità.
Volevo solo prendermi un po' di spazio per poter dire da qualche parte che vi odio e vi auguro lutti per il presente e aborti per il futuro.
Tra le altre cose la tipa che si spoglia (che suppongo fosse la migliore che potessero permettersi questi poveracci) è fan di vasco rossi, tre metri soprail cielo, scusa se ti chiamo amore e altre minchiate, so che tutto questo è irrilevante ma ogni pretesto è buono per ribadire come il progetto kicko sia formato da persone che, quando avrò conquistato il mondo, verranno appese a testa in giù, legati per le palle con un filo di nylon gli uni, agganciate da dentro come i manzi dal macellaio le altre, non perchè io abbia ragione e loro torto, ma semplicemente perchè avrò conquisato il mondo e mi divertirò a martoriare qualsiasi cosa mi susciti schifo!
Per finire mi limiterò a togliere l'accesso a internet al solito paio di peli di fica aderenti al progetto che hanno perso di vista la retta via della pornografia...dopodichè le farò scuoiare e le farò travolgere da svariati carri di buoi mentre migliaia di pappagalli ammaestrati intoneranno all'unisono la domanda "Chi tira di più adesso?! CHI TIRA DI PIU' ADESSOOOOOO?!?!?!?!?!?!".
No, non posterò il video.
ps. - Ehi Santa? hai letto bene che ho scritto? Cogli il suggerimento e fammi questo bel regalo (scegline uno qualsiasi della parte che va da "ascesso" scritto in grassetto a "chi tira di più adesso?!" scritto maiuscolo con tanti punti interrogativi ed esclamativi) che quest'anno sono stato buono!
Ok, 12 giorni non sono poi così tanti...in ogni caso tra 5 giorni è natale, una festa stupida e insignificante, che però da a tutti l'opportunità di non fare n benemerito...in più, nonostante le stomachevoli connotazioni religiose, è pur sempre vero che "oh, sarà 'na merda, ma mejo 'r natale der capodanno!"...o almeno questa è la mia personalissima visione...perchè se il natale è insignificante (caratteristica che ha ogni festa), il capodanno rimane comunque odioso...
Non so il perchè di tale introduzione...in ogni caso anche quest'anno ho pensato di mettere on-line una sorta di regalo...ora...non so se effettivamente qualcuno legga ancora questo blog, anche se le cirfre camminano, ma so per certo che qualcuno potrebbe capitarci a caso googlando e trovarsi a poter scaricare questo: AESOP ROCK - "B-Sides & Rarities" vol. 1&2
VOL. 1 (1999-2003) 01 - Water 02 - Wise Up 03 - The Active Element 04 - The Tugboat Complex 05 - Bad Karma 06 - Take Me to the Basement 07 - Blacklist (feat. MF Doom) 08 - Sinister (feat. Vast Aire & Yesh) 09 - Helium (feat. Vordul) 10 - Dragon Coaster (feat. Mojo) 11 - Inner City Hustle [Wakin'] (feat. L.I.F.E. Long) 12 - Tap Dancin' for Scratch (feat. Vast Aire) 13 - Put Your Quarters Up (feat. MF Doom) 14 - Home Again (feat. The Controls) 15 - Coma [remix] 16 - Atlantis (feat. Mojo) 17 - Bad Summeritan 18 - Commencement at the Obedience Academy [Original Version] 19 - Accapella [Live at the El-Ray] VOL. 2 (2003-2005) 01 - Fishtales 02 - Face Melter 03 - Numb [To the Guns] 04 - Sniff Glue 05 - Crooked 06 - Sabbatical with Options 07 - Kill Switch 08 - Jet Son 09 - Train Buffer 10 - Ace Rocks 11 - All in All 12 - Kill Em All 13 - Junkyard 14 - Preservation (feat. Del) 16 - One of Four 17 - Kill Em All [Rjd2 remix] 18 - no jumper cables [remix] 19 - Train Buffer [remix] 20 - Encounter
Nel caso non l'aveste capito...il titolo in alto, sopra entrambe le tracklist è il link a rapidshare per scaricare...poi ho linkato un paio dei vari video che si trovano su youtube...così...tanto per...a natale c'è più tempo d'ammazzare!
Forse non renderò onore a Fritz Lang partendo con questo, tra tutti i suoi film...ma, dopo "L'Infernale Quinlan" voglio passare ad un titolo classico ma più leggero.
In questo periodo dell'anno mi trovo a guardare (spesso RI-guardare) molti film classici per motivi di studio, è per questo che ultimamente il blog sta prendendo sempre più la direzione delle recensioni...per questo oltre che per grosse crisi in ogni altro ambito ma non è il momento di parlarne, piuttosto è il mometo di tornare agli nei quali si faceva il cinema...
"Il Prigioniero del Terrore" ("Ministry of Fear") - paese: USA durata: 85 min. anno: 1944 genere: Noir-Spionaggio regia: Fritz Lang soggetto: Graham Greene sceneggiatura: Seton I. Miller cast: Ray Milland, Marjorie Reynolds, Carl Esmond, Dan Duryea, Hillary Brooke, Erskine Sanford, Alan Napier
Lang è famoso certo per ben altri titoli, come "Metropolis" e "M - Il Mostro di Dusseldorf" (personalmente il mio preferito), ma c'è stato un periodo nella sua carriera praticamente dedicato all'anti-nazismo, un periodo iniziato dopo la sua fuga dalla Germania, avvenuta per non dover cedere alle "avance" di Adolf Hitler che, uomo d'ingegno e buon gusto, aveva visto in lui le qualità adatte a realizzare dell'ottimo cinema di propaganda (in quell'epoca, quando ormai si cominciava ad avere più dimestichezza con la settima arte, il cinema stava diventando uno dei mezzi di propaganda per eccellenza).
E' dunque tra i film anti-nazisti (cominciati con "Duello Mortale") del periodo americano di Lang che va a porsi "Il Prigioniero del terrore", un anno dopo "Anche i Boia Muoiono" e un anno prima di "La Donna del Ritratto".
"Il Prigioniero del Terrore" dunque non è un film di contenuto, non ha le riflessioni psicologiche e filosofiche che abbiamo visto in "M", piuttosto è un noir spionistico "duro e puro", un film d'intrattenimento i cui punti di forza sono l'intreccio narrativo alla base, tratto dal libro "Ministry of the Fear" ("Quinta Colonna"), e la regia che, essendo di uno dei pilastri della storia del cinema mondiale, non delude di certo. Lo sviluppo della trama è continuo e vorticoso, il film incalza lo spettatore senza problemi, creando un'atmosfera d'insicurezza e di pericolo, nulla è quello che sembra. Il film inizia con Stephen Neal, il protagonista, rinchiuso in una stanza non meglio specificata a fissare l'orologio, elemento che al principio assume connotati ambigui e inquietanti; è rinchiuso in quella che ci sembrerebbe di capire essere una prigione e stiamo assistendo al giorno del rilascio; una volta uscito la telecamera lo segue svelandoci che si tratta di una clinica psichiatrica. Non vi è approfondimento di sorta sulla vicenda fino alla fine, quindi non sappiamo di certo chi è il personaggio che stimo seguendo, sappiamo solo che si trova ad una festa di beneficienza a parlare con una cartomante, che si scoprirà poi non essere una cartomante, a vincere una torta, che però pare non essere una semplice torta poichè tentano di sottrargliela in ogni modo fino a quando, una volta imbarcato su un treno diretto a londra, non lo avvicina un cieco, che subito si rivela non essere un cieco, lo colpisce e fugge con la torta, scatta un inseguimento che viene portato a termine da un bombardamento aereo.
Da qui in avanti Neal cercherà di capire per quale motivo qualcuno sembra intenzionato ad ucciderlo, entra in contatto con una serie di personaggi che continuano a rivelarsi diversi da ciò che sembrano, persino la regia è ambigua, attribuisce una carica particolare a certi oggetti, li enfatizza, come ad esempio accade con quel fantastico paio di forbici da sarto usato per comporre un numero telefonico; insomma anche gli oggetti vengono "caricati" fino a quando non finiamo con l'avvertirli come un pericolo per il protagonista, e in finale si rivlano con l'essere altro, uno strumento di suicidio piuttosto che un oggetto innoquo.
Continuando a cambiare continuamente le carte in tavola il nemico, un nemico intangibile di cui non avremo idea chiara fino al finale, sembra essere ovunque e per nessuna ragione, in questo modo l'aria si fa tesa e non esiste personaggio o situazione sui quali fare affidamento.
L'intreccio si andrà sciogliendo poi con una precisione chirurgica, ma solo una volta giunti al finale, fino ad allora non ci viene concesso il tempo per respirare.
Insomma un bel film, un noir solido e divertente, che non piacque molto a Lang, ma che non delude lo spettatore, così come all'epoca non deluse la critica. Il protagonista è Ray Milland, lo stesso protagonista del magnifico "I Giorni Perduti" di Billy Wilder, qui gli viene affidata una parte priva di spessore psicologico (come ho già detto, non è quel tipo di film), ma se la cava comunque egregiamente, accompagnandoci in un film più che soddisfacente.
Pare sia stato distribuito in una versione da 92' e in una da 85'.
Poche cose, a mio parere, sono assolutamente certe nel mondo dell'arte e, di conseguenza, nel mondo del cinema; praticamente ogni film (per lo meno ogni film nato da un'idea, la cosa vale di meno con idee abbozzate solo al fine di fare un film) può essere sottoposto a qualsiasi tipo d'interpretazione e quasi ogni autore, anche tra i più grandi di sempre, ha almeno una fetta di pubblico (magari minuscola e ignorante, ma non è questo il punto) che non "ascolta" quello che i suoi film hanno da dire, che per un motivo o per un altro, magari anche riconoscendo loro una certa forma di grandezza, storce il naso davanti alle sue opere.
Questo è un po' come dire "tutto è relativo", che non è una novità, ma persino nel mondo astratto, quindi, dell'arte, si sono creati dei punti fermi. Nel caso del cinema, credo che non esista cinefilo al mondo che potrebbe mai avere nulla da ridire contro Orson Welles; quest'attore, regista, sceneggiatore, conduttore e ideatore di programmi radiofonici, e quant'altro, ha cambiato una volta per tutte il mondo della cellulosa, i suoi film sono stati la spinta decisiva per la maggior parte dei nomi che sono stati apprezzati in seguito, possiamo anche dire per tutti...ora vediamo dove voglio andare a parare...
Sono personalmente convinto che Welles abbia creato i più grandi personaggi della storia del cinema; chiaramente mi riferisco a Charles Foster Kane, un personaggio che s'è fatto portavoce di quella che potremmo definire la "filosofia di fondo" di Welles, di cui "Quarto Potere" è stato il primo promotore.
A Kane mi sento di affiancare Hank Quinlan...
Se da una parte parlo di "Quarto Potere" come di una sorta di "dichiarazione d'intenti" di Welles (tralasciando il fatto che sono tra i tanti a considerarlo, se non il miglior film di sempre, un caposaldo per eccellenza, che nella mia testa colloco in un olimpo di titoli non troppo affollato), dall'altra vedo certamente in "L'Infernale Quinlan" lo straordinario canto del cigno di uno dei più grandi geni del secolo scorso.
"L'Infernale Quinlan" ("Touch of Evil") - paese: USA anno: 1958 durata: 112 min. genere: Noir regia&sceneggiatura: Orson Welles soggetto: With Masterson cast: Charlton Heston, Janet Leigh, Orson Welles, Marlene Dietrich, Joseph Calleia
"L'Infernale Quinlan" trae spunto dal romanzo poliziesco "Contro Tutti", di With Masterson (badate bene: Welles ha scritto una storia basandosi sul plot generale, ma senza mai aver avuto il tempo di leggere il libro!); Welles ha preso un intreccio noir come tanti e lo ha usato per girare un capolavoro assoluto, stilisticamente e contenutisticamente parlando; capolavoro che è stato poi 'camuffato' da b-movie (senza nulla togliere alla categoria, che conta più di una perla) per la sua uscita. Il film uscì originariamente con un montaggio diverso da quello che avrebbe voluto Welles, la Universal aveva deciso di renderlo più "abbordabile" girando alcune scene in più e rimaneggiandolo.
Solo nel 1998, 40 anni dopo l'uscita in sala, il film è stato rimontato secondo le volontà del suo autore originale, che aveva appositamente d'appunti un libro di appunti su come lui lo avrebbe voluto realizzare; parliamo di circa 50 correzioni.
Tanto per citarne alcune: la musica è stata abbassata di volume, in maniera da confondersi a tratti con i rumori, a conferire un effetto di maggior realismo; il celebre piano-sequenza iniziale (doverosamente citato da Altmann ne "I Protagonisti") non contiene titoli di testa; tutte le scene girate senza il regista sono state tolte e sono state reinserite delle scene che la universal aveva deciso di eliminare.
La correzione del film ha portato la pellicola da 95 minuti a 112.
Basta curiosità tecniche sulla storia dell'opera...passo a parlare del film vero e proprio. Un poliziotto messicano - tale Vargas - della narcotici, in viaggio di nozze negli stati uniti con la moglie americana (nel libro le nazionalità sono invertite), assiste all'omicidio del più ricco abitante della zona e si unisce alle indagini, gestite da Hank Quinlan, il poliziotto più carismatico della zona.
Nel frattempo la famiglia di un gangster recentemente arrestato da Vargas, in attesa di processo, si mette in contatto con la moglie di quest'ultimo, minacciando la coppia.
Durante le indagini sull'omicidio, Vargas ha da ridire sui metodi "poco ortodossi" di Quinlan, che è convinto abbia alterato le prove per incastrare un innocente; in tutta risposta Quinlan diviene complice dei mafiosi che ricattano Vargas e tenta di diffamare lui e la moglie facendoli passare per dei tossicodipendenti, in maniera tale da potersi salvare dalle accuse del poliziotto messicano senza che si apra un'inchiesta su di lui.
Memorabile è la scena nella quale Quinlan fa fuori il suo complice lasciandolo morto stecchito, occhi spalancati, sopra la moglie di Vargas, priva di sensi e drogata. Questa scena meriterebbe di essere commentata apparte, è densa di significato e violenza, persino Welles, che non era solito abbandonarsi alle interpretazioni dei suoi film, ha parlato di quanto fosse estrema, perversa, pregna della tensione sessuale, tanto da farlo sentire a disagio: "[...]E' una scena molto sgradevole, orrenda. Mi sono sentito malissimo dopo. E' perversa, morbosa. Non è che mi piaccia, fare quel genere di cose. Ma bisogna fare così, senza mezze misure, nel genere schifezze e morbosità. Tamiroff è grandioso in quella scena: quando la guarda, quella pistola diventa tutti i cazzi mai esistiti nella storia. Faceva paura come la guardava[...]". Sfortunatamente non ho nè il tempo nè le competenze per fermarmi ad approfondire il discorso, soprattutto perchè l'elemento sul quale voglio spostare l'attenzione è quello che più mi colpisce e che più ammiro della figura di Orson Welles: la filosofia di fondo.
Welles, come già in precedenza, gioca con l'etica e la morale creando un personaggio per il quale (come già per Kane in Quarto Potere) non si possono utilizzare parole come "antagonista", nè sì può schierarlo dalla parte del bene o del male (a proposito di questo aspetto dei personaggi di Welles alcuni parlano di "innocenza del peccato"), come già in precedenza si può solo stare ad osservare la sua volontà di potenza e vedere dove lo porterà. Welles stesso interpreta Quinlan, ma possiamo allo stesso modo dire che Quinlan è Welles.
In finale si scoprirà sì che Quinlan alterava le prove, ma anche che effettivamente il suo intuito non sbagliava, e mentre Vargas fa di tutto per uscire dalla sua brutta situazione, Quinlan non fa altro che tornare ad ubriacarsi e cercare rifugio da una cartomante con la quale c'erano stati dei precedenti che ci vengono solo lasciati immaginare (tra l'altro questo personaggio, al quale, come vedremo, è affidato il commento finale del film, è stato inventato di sana pianta da Welles per la sua amica Marlene Dietrich).
Lasciatemi dire che anche Charles FosterKane è Orson Welles (non per niente "quarto potere" è interamente incentrato sulla volontà di potenza del suo protagonista e su come non sia stato possibile per nessuno giudicarlo nè conoscerlo a fondo), ma, mentre potremmo dire che quello è stato il personaggio che ne ha sancito la nascita come artista, di Hank Quinlan possiamo definitivamente dire che ne rappresenta la morte, il suo addio al cinema.
Il punto definitivo di contatto tra il personaggio e il suo creatore arriva nella scena in cui Quinlan si reca ubriaco dalla cartomante per farsi leggere il futuro, ma questa gli risponde che non c'è nulla da leggere poichè "il suo futuro è completamente consumato"; questo scambio di battute finisce con un'inquadratura su Quinlan quasi compiaciuto.
Dunque, nel finale, quel corpo galleggiante è tanto Quinlan quanto Welles, che, per l'ennesima volta, ha portato i suoi spettatori in un luogo dove la malinconia e la rassegnazione implicite nella fine e nei finiti ci lasciano sempre il modo di riflettere sul presente e sull'assoluta caoticità dell'essere umano. "Quinlan era un poliziotto corrotto, ma era un grande uomo", queste le parole con cui il film si conclude, pronunciate, ma sarebbe meglio dire sentenziate, dalla cartomante; ed è proprio così:
Se Charles Foster Kane è un personaggio enigmatico e ingiudicabile, con cui lo spettatore entra in contatto solo una volta morto (per cause naturali); Hank Quinlan è un personaggio ucciso dal giudizio, o meglio, ucciso dalla paura disorientata di chi tenta di giudicarlo, Vargas è un uomo di valori, dunque è quasi l'opposto di ciò di ciò di cui parla Welles, è vincolato dal suo bisogno di distinguere tra "poliziotti onesti" e "poliziotti corrotti" (ergo: buoni e cattivi) ed è dunque ovvio che sia lui a causare (seppur non direttamente) la morte di Quinlan, morte alla quale questa volta siamo chiamati ad assistere. Si potrebbe quasi dire che questo film parli proprio della morte di Hank Quinlan, poliziotto corrotto, ma, a suo modo, un grand'uomo.
Nonostante tutto ciò, in questo caso, contrariamente a quanto accadeva in "Quarto Potere", è decisamente più difficile schierarsi dalla parte di Quinlan\Welles, ma perchè?
La risposta è sempre la stessa: è la natura umana; in altri termini:CAOS.
Ad alcuni dei titoli contenuti nella mia valigia farcita di film capita di aspettare anche anni prima di essere visti, questo è il caso di "Nuovo Punk Story", che tenevo in serbo ormai da qualcosa come 3 anni...oggi l'attesa è finita e anche questo titolo si è aggiunto al mio bagaglio mentale...
"Nuovo Punk Story" ("Desperate Living") - paese: USA durata: 87 min anno:1977 genere: Commedia Grottesca regia: John Waters cast: Liz Renay, Mink Stole, Edith Massey, Susan Lowe, Mary Vivian Pearce, Jean Hill
Se dovessi scegliere un film tra i tanti per riassumere il concetto di cinema "trash" e "grottesco", questo sarebbe probabilmente tra i primi a venirmi in mente:
la casalinga nevrotica Peggy Gravel, con l'aiuto della sua domestica di colore obesa, Grizelda, uccide il marito durante una lite; le due cominciano a fuggire e, dopo essere state molestate da un poliziotto feticista in mezzo ad un viale alberato, finiscono con l'approdare a Mortville, una sorta di bidonville piena di derelitti umani fuorilegge di varia natura. Regina del luogo è la "straripante" Carlotta (insomma un'altra obesa), che odia il popolo tanto da decidere di infettare tutti con la rabbia, e che passa il tempo a mangiare e a fare sesso con qualcuna delle sue guardie. Le due protagoniste vengono ospitate da due lesbiche, scoprendo anch'elle questo aspetto della loro sessualità ed esplorando mano mano questo nuovo mondo, fino a quando Peggy non entra nelle grazie della regina...
Non aggiungo altro.
Il film - come ogni suo personaggio - è grottesco all'inverosimile, trash, stilisticamente una rilettura di alice nel paese delle meraviglie e biancaneve, ma in chiave "malata"; il politicamente scorretto è spinto al massimo. L'intera pellicola si sposta attraverso immagini squallide quanto geniali, rapporti saffici, omicidi assurdi, in una sorta di follia lucida che regna in questo mondo onirico.
Non voglio anticipare troppo, il film merita di essere visto per quanto risulti disfunzionale, in finale è cinema effettivamente a tinte "punk" e dal contenuto filoanarchico; a tratti ricorda persino Fellini.
Due parole ancora sulla regia: se dovessi trasportare i concetti posti dietro il punk al cinema, probabilmente realizzerei una regia del genere, confusionaria, quasi casuale, spesso addirittura sfocata! Ciò che ne deriva è un continuo effetto di sporco, disordinato, caotico, folle...insomma è la regia perfetta per un film del genere e contribuisce in pieno a dare quel sapore di surrealismo-spazzatura aggressivo e impressionante.
Le scenografie e la recitazione, sono molto teatrali, l'immagine è sporca e, nel caso decideste di vederlo in italiano, sappiate che il doppiaggio è discontinuo e approssimativo (ma per una volta riesce a rendere l'idea). Pare che il regista avesse attorno a se un piccolo circolo di cultori del suo trash in quel periodo, e questo non è certo il suo film più pesante!
VOTO: 3/5
purtroppo l'unico video "trailer" che ho trovato è fatto in casa...
Ok...ci sono delle novità sul fronte Jim Carrey, una è più prossima, e si tratta di "Yes Man", che uscirà in america il 19 dicembre, e che non promette di essere nulla più che una semplice commedia studiata per uscire sotto natale (la trama in due righe: un uomo decide di rispondere "sì" a qualsiasi cosa per un anno intero); fino a qui nulla di nuovo, da sempre Jim Carrey si alterna tra film mediocri ("bugiardo bugiardo"), bei film ("The Man on the Moon"), e film che prendono un valore solo alla luce delle sue interpretazioni ("Number 23"); è di altro che voglio parlare.
Potrei parlare del fatto che ha anche ricoperto il ruolo del fantasma del natale futuro nell'ennesima riproposizoone cinematografica di "Canto di Natale", o che interpreterà la parte di Robert Ripley in "Ripley's, Believe It or Not!" (che però uscirà solo nel 2010), ma questo è solo l'elenco dei film previsti sulla sua scheda di IMDB.
E' di un altro film, ben più prossimo all'uscita, che vorrei parlarvi; il titolo sarà: "I Love You Philip Morris" e non si tratta di un film sul tabagismo. Il film lo vedrà affiancato a niente popò di meno che Ewan McGregor, che interpreterà la parte di questo tale signor "Philip Morris"...Il film è tratto da un romanzo di Steve McVicker ed è stato sceneggiato dai già noti Glen Ficarra e John Regua, anche registi (già autori del buon "Babbo Bastardo").
La trama è la seguente: Steven Russell (Jim Carrey) è un padre di famiglia che campa truffando; un bel giorno questo tale finisce in prigione dove incontra Philip Morris (Ewan McGregor). Nel momento in cui Philip Morris viene rilasciato, Russell, innamorato pazzo del compagno di cella, le prova tutte per fuggire.
Detto questo, è tutto da vedere, gli attori sono più che validi, gli sceneggiatori\registi hanno già dimostrato di cavarsela, il libro da cui è tratto il film ha già destato parecchio scalpore quando uscì. Vi lascio così, in sospeso...con solo due foto:
quella del cartellone pubblicitario del film, apparso già a Cannes a maggio
E quella di una scena che rischia di rimanere negli annali del cinema...
Mi permetto di lasciare un consiglio per gli altri "cinebloggers" di splinder e per chiunque altro voglia seguirlo. Già che si avvicina il natale ma che comunque c'è ancora tempo, c'è una mi-serie inglese che dovreste procurarvi; è diq ualche anno fa e credo che nella colonna qui accanto non spicchi abbastanza da farsi notare.
sto parlando di "Jekyll", una serie uscita sotto la BBC nel 2007. Qualcuno di voi potrebbe averla già sentita ma, giusto per chi non dovesse averlo fatto, ne spego in due righe i pregi principali.
So bene quanto sia ostico l'atteggiamento di molti cinefili nei confronti di tutto ciò che etichettano come 'telefilm', e trovo che questo sia un atteggiamento ridicolo che non posso assolutamente condividere, comunque in questo caso non ci troviamo davanti ad un telefilm, quindi potete cominciare a rilassarvi; li sentite? Li sentite i vostri battiti del cuore che decelerano e la saliva che all'improvviso rientra nella bocca? Benissimo! Allora siamo pronti.
Se dovessi etichettare dr. "Jekyll" lo definirei più un film-tv, la serie si articola in 6 puntate della durata di circa 55 minuti....vabbè ricapitoliamo così...
"Jekyll" - paese: UK puntate: 6 durata episodi: 55 min. regia: #01-03: Douglas Mackinnon, #03-06: Matt Lipsey sceneggiatura: Steven Moffat cast: James Nesbitt, Gina Bellman, Paterson Joseph, Denis Lawson, Michelle Ryan, Meera Syal, Fenella Woolgar
La trama in due righe, senza rivelarvi troppo, è: il dr. Jekyll è esistito realmente ed oggi nè esiste uno in tutto e per tutto identico al primo, di nome dr. Jackman, ma la cosa assurda è che del dr. Jekyll non risulta discendenza. Facciamo un piccolo passo indietro nella storia e avanti nella serie, senza che vi anticipi troppo, e diciamo anche che il Jekyll del libro di Stevenson avrebbe conosciuto di persona Stevenson e sarebbe stato lui a chiedergli di mettere la sua penna al servizio della sua storia.
Nel nuovo millennio esiste dunque uno scienziato affetto dal morbo di Jekyll e Hyde, quest'uomo entra in contatto col suo lato oscuro tramite un dittafono in cui lascia registrati tutti i messaggi del caso, i due tentano all'incirca di stabilire una convivenza. Ovviamente la trama non è tutta qui, c'è qualcuno che si è messo sulle tracce del dr. Jackman, nella storia sembrano essere implicate aziende e singoli, tutti alla ricerca di jackman, ognuno per motivi del tutto personali.
Prima che iniziate a pensarlo, il film si tiene su una linea sempre molto equilibrata rispetto al genere, non sfocia mai in pura azione, gli elementi di base sono semplici ma la trama subisce delle evoluzioni tali da rendere, a mio parere chiaramente, "Jekyll" uno dei prodotti in assoluto più interessanti degli ultimi anni; questo è uno di quei casi in cui, letteralmente, una puntata tira l'altra; nonostante la durata, il film (perchè in finale si tratta di niente di meno che di un film di 330 minuti) è progettato in maniera tale da assorbire completamente lo spettatore; di solito non uso troppo lo spettatore come criterio di giudizio per un'opera, ma in questo caso non conosco una sola persona che abbia visto Jekyll rimanendogli indifferente, anzi, conosco persone che l'hanno "dovuto" vedere tutto di seguito.
Questo è il primo punto a favore di "Jekyll": assolutamente ben congegnato nella sceneggiatura, se dovessi trovargli un difetto direi che gli elementi meno convincenti entrano in gioco nelle ultime puntate ma non perchè siano fatte o scritte male, anzi, continuano a catturare l'attenzione, più che altro i problemi nascono in funzione delle prime, che creano veramente delle aspettative altissime.
Chiaramente, per quanto possa aver apprezzato la sceneggiatura di "Jekyll", questo non è certo il suo unico punto di forza: per quanto riguarda la regia non si abbandona a virtuosismi, non deve togliere l'attenzione dalla trama e dal suo protagonista, si limita a reggere alla perfezione l'opera, lasciandosi andare, di quando in quando, a qualche incursione quasi nel "videoclippato", ma riesce sempre a ristabilirsi, è quella che mi aspetterei da un film-tv post-2000 insomma, e sicuramente fa il suo contributo nel tenere il film vivo in tutti i suoi episodi.
L'Atmosfera strizza un occhio al noir urbano, è molto cupa, aiutata da una fotografia intensa e dalle musiche, forse non superbe ma azzecatissime, di Debbie Wiseman.
Ed eccoci arrivati alla cosa che più mi ha esaltato guardando "Jekyll"; vi ho detto di come la trama sia ben strutturata, di come la regia sia buona senza essere invadente, di come tutto abbia contribuito a creare l'atmosfera perfetta per la rilettura in chiave moderna dell'opera di stevenson ma, di sicuro, tra tutti questi requisiti, indispensabili a creare un film come si deve, la chiave di volta che regge in piedi "Jekyll" portandolo ad un livello, a mio parere, superiore a quasi qualsiasi altra cosa che sia passata in tv negli ultimi anni (comunque ho detto quasi!) è l'attore principale: James Nesbitt (lo stesso de "La Legge di Murphy" e "Midnight Man", un altro film tv, questo di sole 3 puntate, ma niente di trascendentale) veste alla perfezione i panni di Jekyll e di Hyde con un'interpretazione che mi ha sinceramente esaltato ogni puntata di più; e sarà che ormai ho visto la serie, ma non riesco veramente ad immaginare nessun altro attore a ricoprire questo ruolo con successo.
Francamente non so che altro aggiungere oltre che PROCURATEVELO IN LINGUA ORIGINALE, troverete i sottotitoli con facilità su QUESTO sito; spero che anche i più distanti e scettici riguardo al mondo dei film a puntate (dr messer fan, parlo di lei!) decidano di dargli una chance, e sono sicuro che non avranno di che pentirsi.
VOTO: 4\5
Su youtube si trova troppa roba...comunque in finale ho deciso di limitarmi all'aggiunta del video in cui Hyde fa la sua prima apparizione:
Nella vita basta ridere. Basta riuscire a dormire. Basta mangiare. Basta scopare. Basta farsi. Basta non pensarci. Come no.
Chi si accontenta gode, basta non farglielo notare.
Nella vita basta un "basta", anche perchè se non bastasse sarebbe un "non basta".
Spesso basta un "non basta" affinchè una persona dica "basta vivere", e non intendendo "basta IL vivere" ma intendendo "basta AL vivere"....mi sono perso....ah sì, prima che uno dica basta alla vita faccendovi sentire dei bastardi e dandomi qualcosa su cui ridere (sempre che non sia io poi a dire basta alla vita, cosa che darebbe a qualcun altro motivo per ridere)...no quel pensiero era concluso...rifletteteci:
Basta parlare!...
no...non intendevo incitarvi oltre...intendevo...
Nella vita basta stare zitti.
La vita è un nulla. O meglio una porzione di nulla...una porzione di nulla che potremmo riassumere:
"vivere è un po' come giocare a rincorrersi urlando, saltando e sbattendosi contro i muri...dentro una scuola torinese!" tu-tum trashhhhh!!!!!!!
e tanto tanto basta bestie!
...
a fare che non saprei, ma qualunque cosa sia, e qualunque cosa gli applicherete...basterà...
capito?
...no?
...
basta pensarci!
...
...basta...
Torno ora dal cinema (strano ma vero...sì ma senza farsi troppe favole, il fatto è che avevo i biglietti gratis) e ho poche righe a disposizione...ma perchè non sprecarle...
"Tropic Thunder" - anno: 2008 durata: 107 min. paese: USA - GER genere: Comico regia: Ben Stiller sceneggiatura: Ben Stiller, Justin Theroux, Etan Cohen cast: Ben Stiller, Robert Downey Jr., Jack Black, Bill Hader, Nick Nolte, Jay Baruchel, Steve Coogan, Brandon Jackson, Matthew McConaughey, Tom Cruise, Reggie Lee, Danny McBride, Valerie Azlynn, Matt Levin, Andrea De Oliveira, David Pressman, Brandon Soo Hoo
Inizio subito parlando della mia impressione più diretta: gran bel film. Dopo la cagata colossale che era stata "lo spaccacuori", Ben Stiller ci sbatte in faccia un film nel quale dimostra di essere perfettamente in grado di fare da regista (e lo dice uno che non aveva apprezzato molto la sua precedente prova cinematografica da regista, che, giusto per la cronaca, era "Zoolander").
La trama è semplice, un gruppo di attori sta girando un film su un libro scritto dall'ennesimo reduce del vietnam, il quarto giorno di riprese va già tutto a puttane e il regista si mette daccordo con l'autore del libro nell'escogitare un'altra maniera di girare il film; le 'star' vengono lasciate nel mezzo della boscaglia, telecamere ed esplosivi piazzati qua e là tra gli alberi, con l'intento di ricreare delle riprese il più verosimili possibile. Il gruppo di attori finisce nel territorio di alcuni fabbricanti di droga.
Essendo questa la premessa non ci vuole granchè per capire da cosa scaturirà la comicità.
Devo dire che Ben Stiller mi ha francamente stupito creando un film molto più equilibrato dei precedenti nell'umorismo, "Tropic Thunder" si muove nella direzione di "Hot Shots" ma lo fa camminando al passo di "Hot Fuzz"; in altre parole la comicità non è tutta affidata alle gag e alla demenzialità, in fin dei conti ci troviamo pur sempre davanti ad un esempio di meta-cinema (e riguardo a questo...riesaminate la battuta di downey jr. "io so chi sono...sono un tipo che interpreta un tipo che interpreta un altro tipo!"), il che rende più immediato ancora l'attingere ai repertori di genere. Il film è pieno zeppo di riferimenti ai più grandi film di guerra degli ultimi 3 decenni; Stiller ha preso tutte le figure retoriche e i clichè del genere ricreandone lo stile a perfezione per poi alzargli un simpatico dito medio davanti, a loro e alle guerre che avrebbero impreziosito.
Le citazioni sono tutte abbastanza chiare, si passa da "Apocalypse Now" a "Salvate il Soldato Ryan" a "Platoon" (sul quale passa anche in retromarcia, Stiller non fa che riproporre l'immagine-simbolo del film continuando a gettarsi in ginocchio e sollevare le braccia) fino ad arrivare ad "Hamburger Hill" e "Rambo". Ma "Tropic Thunder" non si limita a prendere in giro una serie di film, chiama in causa direttamente Hollywood e il suo cuore prettamente "industriale", "Tropic Thunder" tira quindi in mezzo gli stereotipi di cui hollywood si serve ad ogni livello, da una parte la visione estremamente stereotipata dei neri da parte di Kirk Lazarus (Robert Downey Jr.), dall'altra la reazione stessa dell'attore di colore accanto lui, fino al personaggio stesso di Lazarus in quanto tale, icona di un certo tipo di attori; e questo vale per tutti i personaggi, dagli attori viziati e capricciosi agli agenti accondiscendenti all'inverosimile che si spingono fino nella giungla per far avere alla loro star un "tivo" fino ad arrivare al mitico produttore Les Grosman, l'americano esaltato, macho e incazzato di turno, interpretato un Tom Cruise che stentavo a riconoscere.
E, ancora una volta, se da una parte gli attori si prendono gioco dei loro personaggi, dall'altra le interpretazioni sono anche degli omaggi ai personaggi e ai ruoli più caratteristici del genere.
Anche nel film stesso, "Tropic Thunder" rappresenta un film ad un concorso, quella a cui assistiamo dovrebbe essere una serata di premiazione, di conseguenza prima dell'inizio del film vero e proprio ci troviamo davanti i trailer di altri film in concorso (a loro volta interpretati dai protagonisti del film, e anche più volte citati nel corso della pellicola), e anche questa trovata funziona.
In breve: una bella sceneggiatura, studiata e ricca di rimandi; una bella regia, in grande stile e di grande impatto visivo come in ogni film di guerra che si rispetti, e un cast azzecato, fanno di "Tropic Thunder" un gran bel film veramente, divertente per i meno esperti del genere di guerra, più divertente per i cinefili più incalliti.
Ora non mi resta che procurarmelo in lingua originale per potermi vedere il film vero e proprio!
per ulteriori informazioniu sul film....andate su 'sto sito
Insomma questo tale era salito al potere, e aveva spiegato al popolo cosa fosse lecito e cosa illecito; a questo punto, settate le teste dei poveracci, cominciò a muoversi nell'illecito, e tutti cominciarono a guardarsi intorno disorientati (povere bestie)...com'era possibile che qualcuno agisse nell'illecito e nei propri interessi...dopo che egli stesso aveva addestrato loro, la plebe, ad agire nel lecito? Non rietrando la cosa nei ragionamenti standard dei loro piccoli cervelli, rimasero tutti a bocca aperta, tutti cominciarono ad usare la parola "ingiusto" e ad urlare di essere un'onda...capite? Il tipo li aveva incasinati così di brutto che si erano convinti di essere acqua gli imbecilli! In ogni caso...il tipo un giorno se ne esce e dice a tutti che volendo possono fare una cosa che si chiama manifestazione...avrebbero cioè potuto camminare per strada cantando, urlando, inneggiando e picchiandosi tra loro...il formicaio di imbecilli lo fece (lasciando il tipo sgomento dalle risa)! E questa non è la cosa più assurda! Non solo sperarono davvero che il contentino che gli era stato dato convincesse le stesse persone che glielo lasciavano fare a smettere tutt'a un tratto di farsi gli affari loro (convinzione assurda, derivata dal fatto che le povere bestie erano ancora settate su "lecito" e "illecito"), gli idioti arrivarono anche a picchiarsi tra loro, facendo sentire alquanto appagato il tipo con i suoi scagnozzi...e a dirla tutta divertendo anche me.
Gli imbecilli hanno continuato a sdraiarsi per strada, occupare facoltà universitarie e scuole, picchiarsi (chiaramente!), senza tener conto che le uniche persone a dare voce a tutto ciò erano persone che volevano illuderli che quel casino fosse qualcosa di utile e costruttivo, di battersi per qualcosa.
La cosa ancora più buffa è che chiaramente a nessuno fregava niente di queste leggi messe dal lord, perchè quelli che persero tempo a manifestare erano le solite quattro teste di cazzo che potevano tranquillamente permettersi di pagare il dazio imposto dal loro lord.
Tutt'ora il lord se la ride standosene seduto con gli altri lord a guardare gli imbecilli scannarsi tra di loro alla televisione.
La morale della favola è: l'illecito non è sbagliato, in quanto lo sbagliato non esiste, di conseguenza lo sbagliato non è illecito, e togliendo la caratterizzazione negativa affibbiata al termine illecito, quest'ultimo perde di forza e d'impatto; le scelte davanti cui una persona si trova nel momento in cui vive in una società (società=guerra non dichiarata tra tutto e tutti) sono due: agire nell'illecito o cercare di usare il lecito al meglio delle proprie possibilità per elevarsi più in fretta degli altri (società occidentale=gara; vita=gioco); non biasimerei un kamikaze al campidoglio, ma non posso che ridere di questi stupidi manifestanti.
Dal canto suo, il narratore (che sarei io), si è costruito un iter da percorrere, e fino a quando i problemi scaturiti dall'illecito gli riusciranno aggirabili non avrà problemi (così come non ne avranno gli imbecilli), lo ammette e non cazzeggia; ma quando accadrà qualcosa che veramente minerà la vostra stabilità, sarà più che curioso di vedere se realmente andrete a manifestare, o se capirete che per cambiare qualcosa veramente bisognerebbe ragionare fuori dai ridicoli schemi imposti dall'alto del sociale.
Comunque scommetto che se questi imbecilli volessero fermare il mondo, comincerebero a correre nel verso opposto alla rotazione del pianeta...l'inettitudine è una brutta bestia.
Se settassi un computer affinchè, al posto di spegnersi, aprisse una cartella con delle foto di ronald mcdonald....bhè mi sono perso! Ma scommetto che persino lui capirebbe che lo starei prendendo il giro, e non mi metterebbe il muso, si limiterebbe a spegnersi...o al limite a surriscaldarsi fino a fondersi al suo interno.
Come al solito, e come probabilmente sarà fino sotto natale, al momento mi ritrovo continuamente occupato; colgo quest'attimo di libertà per postare il video di una canzone che mi ha stupito parecchio; la canzone, come avrete letto, è "Le Vie dei Colori" ed è stata scritta da Baglioni e utilizzata da Tiziano Sclavi e Claudio Villa; per chi non li conoscesse (chi?), Tiziano Sclavi è l'autore del più fortunato dei fumetti made in italy, "Dylan Dog", e Claudio Villa è il più emblematico dei suoi disegnatori.
La canzone è dunque diventata un numero speciale di Dylan Dog, uscito nel ovembre '96 (e mi ci sono voluti 12 anni per scoprire sia il fumetto che la canzone...BHA!).In ogni caso...la cosa che mi ha stupito è che personalmente non mi piace affatto baglioni, lo trovo monotono e ripetitivo, e scrive dei testi cheil più delle volte trovo patetici; in questo caso, se la musica è molto piacevole, il testo è davvero fatto a regola d'arte, e le immagini non fanno altro che aumentarne il valore; una piccola perla:
o bella mia
io vado via
e non ti porto con me
c'è un viaggio che
ognuno fa solo con se
perché non è che si va, vicino
perché un destino non ha
un mattone vuole esser casa
un mattino divenire chiesa
ed il matto che c'è in me
che si chiede che cos'è
vuole diventare qualche cosa
e sarà una strada senza fine
sotto ad una spada o su una fune
a cercare il mio Far West
a trovare il Santo Graal
una corsa brada oltre il confine
Una luce prenderò
per te là fuori
quando io camminerò
le vie dei colori
scalerò le rocce in mezzo al vento
sulle tracce di chi ha perso o vinto
vagherò la mia odissea
nella idea di te mia idea
tagliati le trecce e vai in convento
una voce prenderò
per te là fuori
quando io camminerò
le vie dei colori
c'era un cavaliere
bianco e nero prigioniero
senza un sogno né un mistero
senza fede né eresia
senza le ali di un destriero
senza le onde di un veliero
se la sorte rivolesse ciò che speso
io forte non sarei per il tuo peso
a volare in un rodeo
a valere in un torneo
della morte ed essere il tuo sposo
una pace prenderò
per te là fuori
quando io camminerò
le vie dei colori
c'era un cavaliere
bianco e nero prigioniero
senza un posto né un sentiero
senza diavolo né Dio
senza un cielo da sparviero
senza un grido di un guerriero
io ti lascio senza perderti
e ti perdo un po'
anche se poi
lasciarti è un po' perdermi
o bella mia
o bella ciao
io sono via
con un pensiero di te immenso
e un nuovo senso di me
c'era un cavaliere giallo
che rubò un cavallo alle scogliere
e un cristallo alle miniere di un metrò
sulle ciminiere disegnò un castello di corallo
e al ballo tutto il quartiere andò
c'era un cavaliere rosso
che salì sul dosso di bufere
sopra il fosso delle sere di città
dietro un cielo mosso di ringhiere
dentro il mare grosso
di un braciere di immensità
c'era un cavaliere blu
che catturò la gioventù- di primavere
che portò chimere in schiavitù-
liberò le gru dalle lamiere di un cantiere
verso un campo di preghiere laggiù-
dove arriverai anche tu
camminando le vie dei colori